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Israel “IZ” Kamakawiwo’ole: un uomo, 340 kg di semplicità in una canzone


Stamattina mi sono svegliato con questa musica nelle orecchie e ho pensato ci fosse qualcosa “da qualche parte sopra l’arcobaleno”. Appena ho potuto, oggi, ho cercato questa famosissima canzone qui su internet. Ho trovato questo video. Mi ero sempre ripromesso di ritrovarla. L’avevo sentita, l’ultima volta, di sfuggita in un “poco caratteristico” bar – se di ‘bar’ si può parlare – quando mi trovavo a Crucita, nella regione di Manabì, sulla costa dell’Ecuador del sud. Quel giorno, mentre vecchi autobus scassati passavano in strada con musica latino americana ad alto volume, e surfisti tentennavano ad entrare in acqua perché a pochi metri dalla riva c’era una barca con una scritta “Danger! Shark!” (Pericolo! Squalo!), da una vecchia radiolina di legno chiaro, con tre manopole nere di cui una rotta, poggiata su una cassetta rossa di plastica, uscivano queste note, in perfetto ordine. Questo suono di chitarra leggero e questa voce che, in modo così naturale, si mischiava al vibrare musicale delle corde. Il tipo del bar mi disse: “Si mischia come il vento fa sul mare”, mentre puliva bicchieri che restavano sempre un po’ sporchi. Io gli risposi con il mio spagnolo di fortuna, e apprezzai molto le sue parole, la sua sensibilità.

IZQuest’uomo nel video, che è  Israel “IZ” Kamakawiwo’ole, statunitense, ma nativo delle Hawaii, malato di obesità, dalla grandiosità dei suoi 340 kg, con una chitarrina minuscola e con una voce di angelo, cantava “Somewhere over the rainbow” (da qualche parte sopra l’arcobaleno), un inno di speranza.

“Da qualche parte sopra l’arcobaleno

proprio lassù, ci sono i sogni che hai fatto

una volta durante la ninna nanna

da qualche parte sopra l’arcobaleno

volano uccelli blu e i sogni che hai fatto,

i sogni diventano davvero realtà”

Il 26 giugno 1997, all’età di 38 anni, Iz morì a seguito della sua grave malattia, lasciandoci questa testimonianza di semplicità che ognuno dovrebbe far propria. Iz è stato soprannominato “Gigante buono” dai suoi ammiratori. È ricordato anche per essere stato tra gli ultimi purosangue hawaiani: sempre sorridente e ottimista.

A volte mi chiedo se la moderna arte sia davvero costretta ad essere costruita a tavolino e sulla base  di luccichii, decorata da pajettes e cose del genere. Mi chiedo, ancora, se i video musicali di grandi registi plurimiliardari, che non sanno fare altro che andare su e giù per Yucca Street e Sunset Boulevard, siano davvero necessari ad aumentare il valore intrinseco delle canzoni. Se i balletti perfetti che accompagnano le nuove uscite di canzoni, se i suoni perfetti frutto dell’alta tecnologia, se i trucchi perfetti che nascondono visi imperfetti, se gli ammiccamenti perfetti, alla fine sto parlando di “marketing perfetto”, siano davvero sinonimo di alta qualità artistica.

Poi, risento questa interpretazione di “Somewhere over the rainbow” di Israel “IZ” Kamakawiwo’ole e ho tutte le risposte di cui ho bisogno e non servirebbe una nuova Britney Spears, un nuovo disco delle Spice Girls o un balletto video-perfetto di Justin Timberlake per farmi cambiare idea. Resto fedele alla genuinità dell’arte.

Categories: Altro, Articoli storici, Musica
  1. teresa
    giugno 22, 2009 alle 2:54 pm | #1

    Iz, un mito, una leggenda…con la sua straordinaria semplicità questa melodia entra nei cuori della gente ed è questo il valore più importante che bisogna trasmettere alle persone…quest’uomo ha lasciato un segno nella sua breve ma intensa vita: questa canzone sublime è diventato patrimonio di tutti e nel tempo sarà per sempre ricordato con devozione e affetto.
    Teresa

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