Sudan: il petrolio della discordia e il referendum secessionistico
di Roberto De Ficis
Mancano, ormai, solo sei mesi all’attesissimo appuntamento elettorale in Sudan. Con questo referendum la popolazione del paese africano deciderà se sancire o meno la secessione del Sud Sudan dal Nord, con Karthum. Per questo motivo, la situazione tra il governo centrale sudanese e quello ancora provvisorio di Juba, a Sud, dopo i cinque anni di relativa calma iniziata con l’accordo di Pace di Nairobi avvenuto 2005, è tornata ad essere molto tesa.
I nodi ancora da sciogliere – e che sono i motivi centrali della tensione tra le due fazioni – riguardano il delineamento dei confini territoriali e la conseguente divisione delle risorse naturali, primo fra tutti: il petrolio. Infatti, il territorio conteso dai due schieramenti, ovvero tra le Montagne Nuba e l’area di Abyei, è ricchissimo di oro nero* (nota1).
Secondo l’accordo di pace del 2005, questo territorio sarebbe dovuto andare nelle mani del Sud Sudan, ma con l’obbligo di concedere al governo di Karthum una parte cospicua degli introiti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti. Ma l’accordo di Nairobi non è stato rispettato dal governo centrale di Karthum che, negli ultimi anni, ha rivendicato l’utilizzo esclusivo di tali zone, anche grazie ad una molto discussa sentenza della Corte Internazionale d’Arbitrato.
Anche se i problemi sembrano insormontabili, dato che entrambi gli schieramenti sono intenzionati a restare indiscutibilmente sulla propria linea, proprio in questi giorni partiranno una serie di colloqui tra gli importanti membri del National Congress Party (NCP), cioè il partito al potere in Sudan, e il Sudan People’s Liberation Movement (SPLM), cioè il partito al potere nel Sudan Meridionale.
Fuori dai territori sudanesi c’è sia chi si augura un attesa “stretta di mano” di pace e chi invece alimenta, per diversi motivi, il perpetrarsi dell’instabilità.
In questo scenario piuttosto intricato agiscono anche vari organismi internazionali. Dalle Nazioni Unite, sempre incapaci di prendere una posizione chiara tra i due contendenti, all’Unione Africana dell’eclettico Gheddafi, passando per l’Unione Europea e per le grandi potenze (USA e Cina sopra tutti ma anche Iran, Israele e le potenze regionali, Kenya, Etiopia, Uganda ed Eritrea) che a vario titolo e per ragioni non sempre convergenti vorrebbero “infiltrarsi” negli accordi. È chiaro, quindi, come la situazione sia estremamente labile e come il rischio che saltino tutti gli accordi sia estremamente reale.
Ma le speranze di una pace effettiva e duratura dipendono quasi esclusivamente dall’accordo diretto tra il NCP e SPLM che, tutt’oggi, sembra l’unica via d’uscita per evitare una sanguinosa guerra tra Nord e Sud Sudan e per tagliare fuori tutti quei “soggetti esterni” diversamente interessati alla vicenda e che alimentano solamente l’instabilità.
*nota1: durante un viaggio in Etiopia ho appurato che la Cina è la principale sfruttatrice di questi giacimenti e che in Etiopia gli stessi cinesi stanno costruendo strade (pressoché a costo zero) spacciandole per “aiuto al popolo etiopico”, ma che serviranno per trasportare il petrolio direttamente dal Sudan, attraverso l’Etiopia, verso il paese del Sol Levante.

preciso e puntuale come sempre. complimenti!