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Vasto come nei sobborghi poveri di Brooklyn

Scendere tra i più bisognosi per capire davvero le loro necessità

La povertà è a portata di mano e il silenzio che rimbomba


Forse poco spesso si parla di povertà, dei modi per combatterla, di servizi sociali carenti, di misure che non ci sono e che dovrebbero garantire la dignità di ogni uomo. “Il primo bene di un popolo è la sua dignità”, frase antica, ma sempre attuale quella del conte di Cavour. Ma chi la conosce davvero la povertà? La povertà morale e quella fisica? Chi l’ha mai sentita come un crampo nello stomaco? Si potrebbe fare, come al solito, un discorso politico, attaccando questa o quell’altra istituzione, evidenziando questo o quell’altro mancato senso di responsabilità, chi non fa nulla per combatterla o altro. Ma, invece, vorrei raccontarvi una breve storia, una come tante, ed è proprio questo quello che dovrebbe far riflettere.

“Ieri sera tornavo a casa a piedi, lungo una delle strade principali di Vasto. Vicino ad un bidone della spazzatura c’era un giovane con una giacca gialla, un paio di jeans e un cappello di lana viola e dei grossi scarponi ai piedi, sporchi di fango e calce. Se ne stava con le mani in tasca, facendo nuvolette di vapore con la bocca. Era come se stesse cercando qualcuno lì in giro, o come se dovesse controllare che nessuno lo vedesse fare qualcosa. D’improvviso, si chinò tra un bidone e l’altro, allungando la mano. Poi, si tirò su la manica della giacca, come per non farla sporcare, anche se era già abbastanza lercia. Si allungò di più, poi si mise in ginocchio e si allungò ancora. Disse qualche parola tra se e sé, un vaffa e una bestemmia, col fiatone che aumentava per lo sforzo. Poi ritirò il braccio e tirò fuori una merendina. Decise di non rialzarsi, ma di sedersi completamente a terra, incrociando le gambe. Aprì il pacchetto. Ma nel tempo di un secondo un grosso cane bianco – ma grigio dallo sporco – si avventò su di lui e sul suo pasto inaspettato e poco degno. Il giovane venne morso ma non ci pensò su due volte a prendere il cane per il collo e a mettergli la mano in bocca. Venne morso di nuovo, più a fondo stavolta. Il cane ringhiò, si dimenò e prese il boccone scappando in un vicolo. Il giovane si rialzò e s’incamminò, come se nulla fosse accaduto, pensando solo di capire la gravità della ferita della sua mano. Scomparve anche lui nel vicolo, barcollando un po’ per la paura, stringendosi il polso della mano sinistra con la destra, continuando a farfugliare qualcosa tra sé e sé, barcollando ancora”.

Prendo in prestito una citazione di Muhammad Yunus, premio Nobel per la Pace, “Ciò che si deve fare è dare l’opportunità alle persone di uscire dalla condizione di grande povertà nella quale versano con le loro forze. In tal modo esse conservano la loro dignità e acquistano fiducia in sé stesse”.

Roberto De Ficis




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