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Com’è difficile tornare dall’Africa!

febbraio 10, 2010 2 commenti

Rubrica: “Così stanno le cose” – QuiQuotidiano

Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché, immancabilmente, qualcosa di te, fisico e spirituale che sia, resta lì, sugli altipiani etiopi, nella savana bruciata dal sole, nelle strade con polvere su polvere, nelle case di fango e lamiera. E non servono frasi ad effetto del tipo “Oddio come ci voglio tornare!”, non serve ricorrere al famoso mal d’Africa per spiegare quel senso di nostalgia di quei silenzi nella notte tropicale, rotti solo da lontani balli tribali nella foresta, trombe naturali e rumore di piedi che sbattono nella polvere, intervallati dai rumori di una cucina che pian piano s’addormenta. Rotti dal canto dei grilli che ritmano il tempo del buio, mentre le iene si aggirano attorno casa. Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché ti accorgi che la nostra crisi economica non è altro che la crisi del superfluo, mentre lì, in Africa, c’è così tanta forza, così tanta tenacia per sopravvivere, che puoi restarne senza fiato, restarne stupefatto e immobile; e ti rendi conto di quanta stupidità ci sia nel nostro mondo “civilizzato”, nel nostro occidente dittatore, nella nostra società degli extraconsumi. Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché ti manca la dignità delle donne che con malaria, filaria, lebbra e cancri vari continuano a mandare avanti la famiglia, cercando di educare i figli senza avere le scuole, camminando per chilometri e chilometri con trenta e più chili di legna sulle spalle. Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché capisci che la salvezza e il conforto verso i più deboli, a volte, risiede nell’animo forte dei missionari, nel loro essere infermieri e insegnanti, nel loro essere meccanici e autisti, nel loro essere intermediari tra tribù rivali, nel loro “essere come sono” e basta. Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché hai la sensazione, e spesso l’evidenza, di vivere in un mondo parallelo raggiunto con un viaggio nello spazio, ma principalmente con un viaggio nel tempo. Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché ti manca la tribù dei Gumuz, al confine col Sudan, che ti fa tornare indietro nel tempo di 3000 anni fa, perché loro, con ferro-fuoco-caccia, hanno tutto e dispensano sorrisi così grandi da coprire i loro dolori di stomaco, dovuti alla fame e alle malattie. Com’è difficile tornare dall’Africa! Per tutto ciò che ho visto e vissuto in Etiopia e’ proprio difficile tornare qui in Italia e dimenticare tutto e continuare a vivere senza avere la certezza che qualcosa di mio, fisico e spirituale, sia ancora rimasto lì in attesa di un mio ritorno.

Finalmente “con” l’Africa! (”Così stanno le cose” – 8°)

five

5

Solo 5! Chi ha avuto passione e tempo per seguire l’ultimo G8 riguardo gli aiuti monetari all’Africa e si fosse munito di una calcolatrice superscientifica, alla fine dei suoi conti, avrà visualizzato questo numero: 5.

Mi spiego meglio: i “potenti del mondo” del G8, seduti e comodi, parlano di milioni di dollari come noccioline e polemizzano su chi offre di più e chi di meno, come continui rialzi a poker o normali spese dal fruttivendolo. Poi, somme totali e divisioni, sottrazioni, moltiplicazioni e, alla fine dei conti, sono più o meno solo 5 (cinque) i dollari che arriveranno (se arriveranno) per ogni africano, secondo gli stanziamenti promessi. Si spengono i riflettori si accende la realtà.

Ma, anziché fare di queste cifre un vanto, i Governi dovrebbero cambiare la loro prospettiva di aiuto. Ammettere l’inconcludenza del passato fatta di azioni troppo politico-economiche e investire nel futuro in altro modo, con meno attenzione al proprio portafoglio.

Spesso si sentono frasi del genere: un aiuto “per” l’Africa, un grande progetto “per” l’Africa, finanziamenti disponibili “per” l’Africa. Questo continuo “per” mi fa pensare molto ad un padrone che, con la mano sulla coscienza, l’altra sulla tasca e con lacrime di coccodrillo, aiuta il suo schiavo, con finta pietà.

L’importanza del “con”. Dico che quello che deve essere fatto, sia fatto “con” l’Africa. L’Africa deve diventare – finalmente – partner di sviluppo. Infatti, è più che necessario creare partenariati veri e propri tra paesi ricchi e paesi poveri, come fossero gemellaggi, dove la finalità è lo sviluppo e non l’ulteriore arricchimento dei “soliti”. Prendere accordi politici con la Cina per un aiuto davvero unito e lungimirante. L’Africa non ha bisogno di “persone forti” (dittatori) ma di “istituzioni forti” con cui interloquire e programmare, intervenire e sviluppare. Solo così si avrebbero benefici “veri” e duraturi e non con 5 dollari procapite, non con un pozzo di petrolio in più, non con una miniera in più.

Lo ammetto: ahimè, sono proprio i Governi occidentali che pressano per mantenere i rapporti con l’Africa come quelli tristi e freddi tra padrone e schiavo, ma sapere come stanno le cose, sapere davvero cosa c’è dietro accordi e promesse, ci può dare una buona base di partenza per accettare quello che fanno o non fanno agli alti (forse troppo alti da sembrare irraggiungibili) livelli della politica internazionale.

Qual è la vera pandemia? (”Così stanno le cose” – 7°)

settembre 15, 2009 1 commento
I mass-media hanno la grande facoltà di spostare e puntare facilmente i riflettori su qualcosa o qualcuno in particolare, nascondendo a tutti molto altro. Sono luci che durano poco però, sempre pronte ad illuminare qualcosa di più “morbosamente interessante” in cui ci si butta a capofitto, senza pensarci poi più di tanto.
Ciò che arriva alle nostre orecchie tramite i mass-media, di solito, non è la notizia più importante; spesso, è solo la notizia-che-fa-più-notizia, e non è quasi mai quella più importante. Di solito, sono sempre notizie dettate da regole di mercato e marketing, per spingere un prodotto piuttosto che un altro, per spingere un’idea piuttosto che un’altra, per spingere le nostre menti verso qualcosa, piuttosto che verso qualcos’altro.
La parola “pandemia” è una parola seria che dovrebbe essere usata col contagocce e solo quando è davvero necessario usarla. Sono ormai decenni che, a scadenze precise, ci intimoriscono con le pandemie; una parola che ormai è sulla bocca di tutti. Io me ne ricordo almeno tre, negli ultimi anni, di queste “possibili” pandemie: la prima, negli anni ’80, fu la BSE (encefalite spongiforme bovina). Dopo i cinque anni d’incubazione sono stati solo 120 casi tra gli esseri umani. Poi è stato il momento dell’influenza aviaria, “volata” paurosamente verso di noi dalla provincia Guandong (Hong Kong). Sì, ci sono stati milioni di animali morti tra anatre, oche, uccelli marini, cigni, tacchini, polli; ma di esseri umani solo 257 persero la vita. Infine, è giunto il momento di gloria della Sars (Sindrome respiratoria acuta severa), tutti i riflettori sulla Sars! Ciak si gira! A tutt’oggi la Sars ha provocato la morte di 812 esseri umani. E cosa succederà, adesso, con la nuovissima influenza suina?
Con tutti il rispetto verso le persone che hanno perso la vita, mi permetto di spegnere per un attimo i riflettori su queste “pandemie” e di accenderli sull’Aids o su altre malattie meno “cool”, meno “alla moda”. Nessuno parla mai di “pandemia” quando si tratta di Aids, morbillo o malaria, perché? Eppure, solo in Italia, dal 1982 al 2004 l’Aids ha mietuto 33.000 morti; in Africa, attualmente sono 33,2 milioni gli ammalati con migliaia di morti ogni giorno. Il morbillo causa, ancora oggi, la morte di centinaia di persone ogni giorno, soprattutto tra i bambini. La malaria, infine, uccide ogni giorno 3.000 bambini, molti di questi sotto i cinque anni.
A riflettori spenti, mi chiedo: “Qual è la vera pandemia?”.

pandemia-pandemicI mass-media hanno la grande facoltà di spostare e puntare facilmente i riflettori su qualcosa o qualcuno in particolare, nascondendo a tutti molto altro. Sono luci che durano poco però, sempre pronte ad illuminare qualcosa di più “morbosamente interessante” in cui ci si butta a capofitto, senza pensarci poi più di tanto.

Ciò che arriva alle nostre orecchie tramite i mass-media, di solito, non è la notizia più importante; spesso, è solo la notizia-che-fa-più-notizia, e non è quasi mai quella più importante. Di solito, sono sempre notizie dettate da regole di mercato e marketing, per spingere un prodotto piuttosto che un altro, per spingere un’idea piuttosto che un’altra, per spingere le nostre menti verso qualcosa, piuttosto che verso qualcos’altro.

La parola “pandemia” è una parola seria che dovrebbe essere usata col contagocce e solo quando è davvero necessario usarla. Sono ormai decenni che, a scadenze precise, ci intimoriscono con le pandemie; una parola che ormai è sulla bocca di tutti. Io me ne ricordo almeno tre, negli ultimi anni, di queste “possibili” pandemie: la prima, negli anni ’80, fu la BSE (encefalite spongiforme bovina). Dopo i cinque anni d’incubazione sono stati solo 120 casi tra gli esseri umani. Poi è stato il momento dell’influenza aviaria, “volata” paurosamente verso di noi dalla provincia Guandong (Hong Kong). Sì, ci sono stati milioni di animali morti tra anatre, oche, uccelli marini, cigni, tacchini, polli; ma di esseri umani solo 257 persero la vita. Infine, è giunto il momento di gloria della Sars (Sindrome respiratoria acuta severa), tutti i riflettori sulla Sars! Ciak si gira! A tutt’oggi la Sars ha provocato la morte di 812 esseri umani. E cosa succederà, adesso, con la nuovissima influenza suina?

aids
Bambino malato di Aids

Con tutti il rispetto verso le persone che hanno perso la vita, mi permetto di spegnere per un attimo i riflettori su queste “pandemie” e di accenderli sull’Aids o su altre malattie meno “cool”, meno “alla moda”. Nessuno parla mai di “pandemia” quando si tratta di Aids, morbillo o malaria, perché? Eppure, solo in Italia, dal 1982 al 2004 l’Aids ha mietuto 33.000 morti; in Africa, attualmente sono 33,2 milioni gli ammalati con migliaia di morti ogni giorno. Il morbillo causa, ancora oggi, la morte di centinaia di persone ogni giorno, soprattutto tra i bambini. La malaria, infine, uccide ogni giorno 3.000 bambini, molti di questi sotto i cinque anni. A riflettori spenti, mi chiedo: “Qual è la vera pandemia?”.

Un problema di cui se ne parla così tremendamente poco

luglio 17, 2009 4 commenti
aids in africa

Sieropositivi in Africa

Quando meno ce l’aspettiamo – o forse è proprio questo il motivo – torna alla ribalta – con attente scelte mediatiche – l’influenza suina (ma sarebbe potuta anche essere la SARS, l’aviaria e chi più ne ha più ne metta). Seguono: panico, mascherine, paura di tutto, servizi su servizi al Tg, viaggi a rischio, viaggi cancellati, i ministri della salute che fanno summit, briefing, breakfast che poi sfociano in cene di gala, tuffi in piscina, etc. etc.  Poi, basta una velina, che tutto passa. Basta un’intercettazione telefonica, che tutto passa. Basta solo un moscerino, che tutto passa. Basta un nonnulla, che tutto passa.

Ma vorrei scrivervi di qualcosa di diverso, ma reale e duraturo. Se, invece di veline – intercettazioni, moscerini e nonnulla – mettessimo in fila le seguenti lettere: una “A”, poi la “I”, una “D” e poi la “S”, il discorso cambierebbe e forse tra di voi gli sguardi si abbasserebbero, cercando un valido motivo per ovviare il discorso o forse no, e ne sarei fiero. Se parliamo di AIDS, infatti, dovremmo convincerci di trovarci di fronte alla prima “vera” pandemia a carattere mondiale o, con un termine più “alla moda”, di carattere “globale”.

Infatti, mai prima d’ora, un’epidemia aveva interessato e invaso tutto il nostro pianeta e per un periodo di tempo così lungo. La globalizzazione di fine secolo scorso ha portato, oltre che ricchezza nei mercati (non tutti, ma pochi), ha causato anche la diffusione dell’AIDS in molti paesi (maggiormente in quei paesi in cui non ci sono i ricchi “mercati” di cui scrivevo qualche riga più su).  Cosa pensereste se vi dicessi che, secondo stime di due anni fa, gli infetti, ovvero i sieropositivi, sono 33 (trentatré) milioni (m-i-l-i-o-n-i)? E se, tra questi, 2,5 milioni sono minori di 15 anni? Cosa pensereste se vi dicessi che solo nell’anno 2007 sono morte 2,5 milioni di persone (tutti gli abitanti di Roma!)? E cosa pensereste, ancora, se vi dicessi che dopo il primo morto di AIDS della storia, altri 40 milioni di persone meno uno, ha fatto la stessa fine? Pensereste ad una guerra mondiale? Sì, quasi, se parliamo di numero di morti.

Di questi 33 milioni di sieropositivi attualmente sparsi nel mondo, ben 22,5 milioni sono localizzati nell’Africa sub sahariana, un territorio dove ogni anno ci sono ben 700.000 nuovi infetti tra adulti e bambini. Da queste cifre è chiaro che il problema AIDS sia principalmente un problema africano, ed è questo, forse, il motivo per il quale se ne parla così tremendamente poco.

Fonte dei dati AIDS: UNAIDS

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