Nuovo presidente del Sudan: una donna?
Gli accordi di Pace di Nairobi firmati nel 2005 prevedevano in Sudan nel 2010, tra le altre importanti cose, anche le prime elezioni presidenziali libere dopo ventiquattro lunghi anni di dittatura. Un percorso democratico e di pace tanto sperato, ma che vedrà il suo risultato solo nel 2011 quando ci sarà, a completamento, un referendum per l’indipendenza del Sudan stesso.
Per una gran parte dei cittadini sudanesi adulti, il voto dell’11 aprile e’ una “strana” novità; per questo c’e’ un gran fermento e mobilitazione già dallo scorso novembre per l’iscrizione nei registri degli “aventi diritto”. C’e’ voglia di cambiamento, di partecipazione. C’e’ voglia di miglioramento.
E’ un appuntamento atteso anche per Fatima Ahmed Abdelmahmoud, sessantasei anni, leader del partito Unione Socialista e Democratica Sudanese, prima e unica candidata donna alle elezioni presidenziali. Date le condizioni politiche e la presenza di altri dieci candidati, le speranza di vittoria della Abdelmahmoud sono pressoché nulle, ma questo e’ un segno, un grande segnale, pregno di speranza, profumato di nuovo, un fiore sbucato nel terreno arido, forse.
Sono condizioni difficili, spesso sono circoli viziosi quelli che attanagliano i paesi africani. E’ necessaria pazienza e tenacia per giungere ad una vera emancipazione democratica e questa prima candidatura di una donna sudanese segna una svolta, un cambio di direzione verso un paese, lo si spera, più aperto, più democratico, anche se “democrazia”, nel paese più popoloso dell’Africa, e’ ancora una parola parecchio distante dalle realtà effettiva.
Nel frattempo in Darfur, zona più martoriata del Sudan, in vista di queste prossime elezioni, la tregua sembra tenere. Forse proprio dal mantenimento di questo stato di pace, anche dopo il risultato elettorale, in una zona continuamente tormentata, si potrà capire se questo cambio di rotta e’ duraturo o solo effimero.
Con speranza si attendono queste elezioni presidenziali, ma con un occhio già buttato in avanti, nel 2011, quando il referendum previsto per l’indipendenza sancirà o meno l’uscita da una condizione di stasi politica e di convivenza tesa e violenza che, ormai, dura da tempo incalcolabile.






A cinquant’anni dall’indipendenza dell’Africa, anche se sulla carta la libertà è sancita dalla legge, non si può ancora dire che il paese africano sia effettivamente libero. Non lo sarà fino a quando sarà afflitto dal problema di sussistenza alimentare che, senza giri di parole, significa “fame e povertà”. Sono, infatti, 220 milioni le persone che ogni giorno sono afflitte da “fame cronica”.
Esiste una cappa di “modernità apparente” che copre e opprime qualsiasi scintilla di Rivoluzione che provenga dal basso. E’ una cappa di Consumismo senza controllo, una cappa mediatica, una cappa di povertà di valori, una cappa di freddezza umana che sembra indistruttibile.
La società civile non è più ascoltata, tantomeno considerata dai “piani alti” della Politica, questo è palese, come dire il contrario? Potremmo morire di fame, perdere il nostro lavoro, licenziare dipendenti e chiudere la nostra azienda, ammalarci e essere abbandonati, pagare anche ogni nostro sacrosanto diritto inalienabile, ma sembra essere tutto già deciso dall’alto e, forse, lo è. Tutto già deciso dalla Politica Suprema secondo regole ben lontane dal Bene Comune, ben lontane dal vero valore di democrazia, ben lontane dal concetto principe di “essere umano”, ben lontane dai Diritti Umani e dal loro rispetto.
Cento anni fa esisteva una fabbrica che produceva auto. La tecnologia non ancora era arrivata e ogni singolo pezzo veniva costruito a mano dai 100 operai che lavoravano in quella fabbrica per 12 ore al giorno a 100 soldi al mese. Ogni hanno questa fabbrica sfornava 100 nuove auto che venivano messe in strada, inquinando 100 parti di aria. L’ambiente riusciva, da solo, ad annullare il fattore inquinamento. Ogni operaio aveva un’auto per portare a spasso la propria famiglia.
Lo Yemen è l’unico paese della penisola araba in cui esiste un regime repubblicano (o repubblica presidenziale) ma, nonostante questo, non si può di certo definirlo come un ‘paese stabile’. A dir la verità, le tensioni nello Yemen ci sono sempre state, ma si sono aggravate a partire dal 1990, ovvero dopo la riunificazione della regione settentrionale con quella meridionale. Tensioni politiche e sociali che sfociano spesso in recrudescenze di violenza che fanno altro che aumentare le tensione, creando così un pericoloso circolo vizioso.
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