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Articoli taggati ‘bambini’

Nuovo presidente del Sudan: una donna?

Gli accordi di Pace di Nairobi firmati nel 2005 prevedevano in Sudan nel 2010, tra le altre importanti cose, anche le prime elezioni presidenziali libere dopo ventiquattro lunghi anni di dittatura. Un percorso democratico e di pace tanto sperato, ma che vedrà il suo risultato solo nel 2011 quando ci sarà, a completamento, un referendum per l’indipendenza del Sudan stesso.

Per una gran parte dei cittadini sudanesi adulti, il voto dell’11 aprile e’ una “strana” novità; per questo c’e’ un gran fermento e mobilitazione già dallo scorso novembre per l’iscrizione nei registri degli “aventi diritto”. C’e’ voglia di cambiamento, di partecipazione. C’e’ voglia di miglioramento.

E’ un appuntamento atteso anche per Fatima Ahmed Abdelmahmoud, sessantasei anni, leader del partito Unione Socialista e Democratica Sudanese, prima e unica candidata donna alle elezioni presidenziali. Date le condizioni politiche e la presenza di altri dieci candidati, le speranza di vittoria della Abdelmahmoud sono pressoché nulle, ma questo e’ un segno, un grande segnale, pregno di speranza, profumato di nuovo, un fiore sbucato nel terreno arido, forse.

Sono condizioni difficili, spesso sono circoli viziosi quelli che attanagliano i paesi africani. E’ necessaria pazienza e tenacia per giungere ad una vera emancipazione democratica e questa prima candidatura di una donna sudanese segna una svolta, un cambio di direzione verso un paese, lo si spera, più aperto, più democratico, anche se “democrazia”, nel paese più popoloso dell’Africa, e’ ancora una parola parecchio distante dalle realtà effettiva.

Nel frattempo in Darfur, zona più martoriata del Sudan, in vista di queste prossime elezioni, la tregua sembra tenere. Forse proprio dal mantenimento di questo stato di pace, anche dopo il risultato elettorale, in una zona continuamente tormentata, si potrà capire se questo cambio di rotta e’ duraturo o solo effimero.

Con speranza si attendono queste elezioni presidenziali, ma con un occhio già buttato in avanti, nel 2011, quando il referendum previsto per l’indipendenza sancirà o meno l’uscita da una condizione di stasi politica e di convivenza tesa e violenza che, ormai, dura da tempo incalcolabile.

Darfur: che sia la volta buona

I territori interessati dal conflitto

I territori interessati dal conflitto

Che sia la volta buona, mi verrebbe da dire. Che sia questa davvero una data storica, mi verrebbe da sperare. Lo scorso 23 febbraio e’ stato firmato, dal governo del Sudan e dal gruppo di ribelli “Justice and Equality Movement” del Darfur, un accordo di pace. Uno dei tanti? Forse sì. L’ennesimo? Vedremo.

Ma cosa prevede questo accordo? Tutto ruota attorno a quello che sembra un risultato altamente sperato, sia dalla Comunità Internazionale che dalle organizzazioni di aiuto e, specialmente dai civili sudanesi, ovvero la cessazione delle ostilità. Inoltre, e’ previsto il rilascio di numerosi prigionieri, tra questi molti minorenni, che sistematicamente venivano mandati a combattere e a morire (una condanna a morte occulta? Velata? Certo.). Questo periodo di pace apparente si spera apra ad un dialogo vero e interessato che potrebbe essere davvero utile per arrivare, entro il prossimo mese di marzo, al raggiungimento di un accordo politico ed istituzionale del territorio del Darfur che possa dare un equilibrio duraturo che metta da parte, per una buona volta, le continue ripercussioni violente sia tra i militari che tra i civili. Ma questa pace e’ stabile? Mi verrebbe da chiedere. Forse che sì, forse che no. E’ chiaro, e’ stato fatto un importante passo tra le due fazioni nemiche verso una pace così tanto sperata ma non bisogna dimenticare che c’e’ la possibilità che si sia raggiunto questo accordo solo in vista delle prossime elezioni politiche che si terranno in Sudan. Una mossa politica più che umanitaria e di buon senso? Forse sì. Una quiete prima di una nuova tempesta? Spero proprio che sia una quiete duratura, ma per ambire davvero a questo sarebbe indispensabile che la comunità internazionale si metta in gioco di più, con più coerenza, e che, magari, tutti i paesi occidentali che si schierano giustamente a favore della pace in Darfur ci pensino più volte prima di vendere le armi al Darfur stesso e al Sudan. Un cane che si morde la coda? Sicuramente sì. La vendita di armi viene prima del sogno di pace? Forse sì. Ma questa sarebbe, solo e sempre, la stessa identica e ancestrale storia di disinteresse verso il continente africano.

Haiti: Il “terremoto” prima del terremoto

Come spesso accade, veniamo a conoscenza di gravi problemi solo quando si manifestano in modi spettacolari. Il 13 gennaio 2010 alle 12:14, ora locale, un fortissimo terremoto di magnitudo 7 devastata lo Stato di Haiti. In un istante, i riflettori di tutto il mondo si accendono sulla piccola isola del Mar dei Caraibi e immagini di distruzione e morte, attraverso una tivù sempre più cinica e affamata, entrano nelle nostre case. Tutti, nel mondo, si mobilitano. Gli Stati Uniti d’America, l’Europa, le varie organizzazioni umanitarie religiose e laiche; chi per veri motivi assistenziali, chi per pura motivazione di consenso politico, si manifesta pronto e solidale; anche il Papa si dimostra da subito partecipe e interessato a portar sollievo in questa strage che conta, da subito, più di centomila morti. Ma cosa succedeva, ad Haiti, prima di quel 13 gennaio 2010?

Amnesty International

Amnesty International

Secondo il Rapporto 2009 redatto da Amnesty International, e’ come se ci fosse già un terremoto in atto, silenzioso e logorante, che mieteva vittime giorno per giorno, ora per ora: un terremoto sociale che, di certo, non fa la stessa scena che fanno immagini di strade che ballano come elastici e case che collassano, e urla di persone, imbiancate dalla polvere, che corrono senza meta per la strada. Un terremoto sociale non e’ gradito alla TV, non e’ così vendibile, non fa così tanto audience. E’ un “terremoto” diverso, difficile da affrontare e risolvere.

Mappa di HaitiI problemi di Haiti erano (sono costretto a parlare al passato) tanti e gravi. La scarsità di cibo, unita alla disoccupazione dilagante e cronica, avevano portato la popolazione ad un livello di vita disumano. I prezzi erano aumentati, ma non gli stipendi (rarissimi) degli haitiani. Questa situazione ha direttamente coinvolto la condizione di vita dei bambini, sempre più malnutriti; organizzazioni presenti sul posto hanno dichiarato la morte per fame di molti di loro. Non esisteva alcun diritto alla salute: gli ospedali chiedevano tariffe elevate anche alle donne incinte. La condizione delle donne era ben lontana dalla decenza: non esistendo legislazione a difesa delle violenze sulle donne, erano sempre più spesso vittime di violenze e stupri, nella maggioranza dei casi avvenuti tra le mura domestiche. Spesso, donne e bambini, erano ridotti in schiavitù e vittime della tratta verso il confinante Stato di Santo Domingo. Anche il sistema giudiziario era carente: la maggioranza dei carcerati era in detenzione prolungata in attesa di giudizio. Le carceri erano sovraffollate a causa di mancanza di strutture adeguate e di personale. Si stimava che ogni prigioniero fosse costretto a vivere in 0.55 m2. Nonostante il perpetrarsi in passato di violazioni così palesi e gravi dei diritti umani, la maggior parte erano rimaste impunite.

E’ una sensazione strana, quella di dover parlare di un paese usando il tempo passato. Come se questo paese non ci fosse più. Ma il terremoto ha davvero distrutto tutto. Gli interventi sono stati, e sono tutt’ora, tanti; alcuni efficaci, altri meno. Ma cosa succederà quando i riflettori (come sta succedendo) si spegneranno di nuovo su Haiti? Il terremoto silenzioso inizierà di nuovo a far tremare la gente e la Tv sarà già lontana per udirlo.

Dalla “cava di sabbia” all’utopistica nuova politica

La castaLa cava di sabbia a Vasto, di fronte la spiaggia di Punta Penna per cui era prevista l’apertura in questo mese di febbraio, non si farà. Il Consiglio Regionale d’Abruzzo, Deo gratias, si e’ pronunciato bocciando, all’unanimità, l’insano progetto. E’ stata una vittoria del buon senso, di un senso civile e lungimirante che partorisce una vittoria voluta, avviata, combattuta e vinta “dal basso”. A parte qualche ficcante e polemizzante “incursione” politica, ciò che ha vinto, questa volta, e’ stata la mobilitazione compatta e logica, disinteressata e apolitica della città di Vasto, e di tutti coloro (operai, commercianti, disoccupati, turisti, pescatori, medici, massaie, studenti, cani, gatti, pesci e uccellini e chi più ne ha più ne metta) che hanno difeso la spiaggia di Punta Penna da un potenziale scempio, da un qualcosa d’inconcepibile agli occhi di coloro che proprio non riuscivano a comprendere come possa convivere una cava di sabbia di così ampia estensione (un milione di metri cubi) con l’adiacente Riserva Naturale di Punta d’Erce. Ma, per fortuna e soprattutto per il volere di molti, la cava non si farà. Deo gratias!
Importante e’ stato il ruolo delle associazioni di città che hanno fatto da collante tra le varie richieste dei cittadini, come giusto che sia; l’associazionismo vive proprio di questo. Ma la mia domanda e’: “Ma davvero c’era qualcuno che pensava come ‘buona, utile e necessaria’ una cava di sabbia davanti la spiaggia di Punta Penna?”. Questo fatto, questa eventualità, deve far riflettere. Ciò che, ormai, comanda non e’ più la politica (sempre più sprofondata nella “pochezza” in entrambi gli schieramenti destroidi e sinistroidi), ma sono gli imprenditori, le grandi aziende golose di grandi appalti, gli amici di amici, i proprietari terrieri, chi porta voti, chi “piazza” gente a lavoro, e via dicendo. Questa volta, ha vinto il Bene Comune, dunque, sull’interesse dei soliti pochi. Ha vinto quella che, a mio avviso, dovrebbe essere la vera direzione della politica moderna, utopisticamente slegata e lontana da intrecci loschi e danarosi, slegata dai “trafficanti di comando”. Ha perso, per una volta, l’abuso di potere di una politica sempre più distante e sempre meno umile. Una politica, ahimè, sempre meno politica.
Dimentichiamoci, e ricordiamocelo come un pezzo d’antiquariato, il caro e vecchio politico mosso dalla voglia di “fare bene”, dimentichiamoci la vera “passione politica” causa di martiri del passato, dimentichiamoci chi tiene “davvero” a cuore il nostro paese perché, sempre più spesso, chi comanda, e’ il dio denaro, il profitto, la mala gestione, la convenienza personale. La vera direzione della politica moderna dovrà, sempre di più, essere tesa all’ascolto della popolazione, una politica più umile, più “immersa” nelle necessità del popolo, nel tessuto della comunità che esige di essere governata nel miglior modo possibile. In questa “questione cava” e’ stata palese la dimostrazione che il popolo c’e’ e vuole tornare a dire la sua con più chiarezza e forza; ringraziando il cielo, aggiungerei. Deo gratias!

Com’è difficile tornare dall’Africa!

febbraio 10, 2010 2 commenti

Rubrica: “Così stanno le cose” – QuiQuotidiano

Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché, immancabilmente, qualcosa di te, fisico e spirituale che sia, resta lì, sugli altipiani etiopi, nella savana bruciata dal sole, nelle strade con polvere su polvere, nelle case di fango e lamiera. E non servono frasi ad effetto del tipo “Oddio come ci voglio tornare!”, non serve ricorrere al famoso mal d’Africa per spiegare quel senso di nostalgia di quei silenzi nella notte tropicale, rotti solo da lontani balli tribali nella foresta, trombe naturali e rumore di piedi che sbattono nella polvere, intervallati dai rumori di una cucina che pian piano s’addormenta. Rotti dal canto dei grilli che ritmano il tempo del buio, mentre le iene si aggirano attorno casa. Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché ti accorgi che la nostra crisi economica non è altro che la crisi del superfluo, mentre lì, in Africa, c’è così tanta forza, così tanta tenacia per sopravvivere, che puoi restarne senza fiato, restarne stupefatto e immobile; e ti rendi conto di quanta stupidità ci sia nel nostro mondo “civilizzato”, nel nostro occidente dittatore, nella nostra società degli extraconsumi. Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché ti manca la dignità delle donne che con malaria, filaria, lebbra e cancri vari continuano a mandare avanti la famiglia, cercando di educare i figli senza avere le scuole, camminando per chilometri e chilometri con trenta e più chili di legna sulle spalle. Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché capisci che la salvezza e il conforto verso i più deboli, a volte, risiede nell’animo forte dei missionari, nel loro essere infermieri e insegnanti, nel loro essere meccanici e autisti, nel loro essere intermediari tra tribù rivali, nel loro “essere come sono” e basta. Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché hai la sensazione, e spesso l’evidenza, di vivere in un mondo parallelo raggiunto con un viaggio nello spazio, ma principalmente con un viaggio nel tempo. Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché ti manca la tribù dei Gumuz, al confine col Sudan, che ti fa tornare indietro nel tempo di 3000 anni fa, perché loro, con ferro-fuoco-caccia, hanno tutto e dispensano sorrisi così grandi da coprire i loro dolori di stomaco, dovuti alla fame e alle malattie. Com’è difficile tornare dall’Africa! Per tutto ciò che ho visto e vissuto in Etiopia e’ proprio difficile tornare qui in Italia e dimenticare tutto e continuare a vivere senza avere la certezza che qualcosa di mio, fisico e spirituale, sia ancora rimasto lì in attesa di un mio ritorno.

Un augurio “diverso” (”Così stanno le cose” – 17°)

dicembre 24, 2009 1 commento

Scolari africani

Vorrei concludere questa rubrica, almeno per quest’anno, ringraziando e facendo gli auguri ai lettori che hanno avuto l’interesse nel seguirla e alla Redazione del Qui per lo spazio che mi e’ stato concesso. Spero che le tematiche trattate, lo riconosco a volte forse tristi e crude, siano state utili a migliorare i metri di confronto tra noi e quelli che, per diversi motivi, reputiamo – erroneamente – così “diversi” da noi.

Noi non siamo diversi, o almeno non abbiamo quelle diversità che istigano allo scontro. Siamo diversi nell’accezione più positiva del termine; siamo diversi perché l’unicità della persona è un valore inestimabile e che porta al miglioramento della comunità. Il mondo e’ progredito, fuggendo dalla stasi, perché siamo stati diversi ogni giorno rispetto al precedente.
La religione che divide è solo un appiglio per fare la guerra e nascondere i veri interessi della lotta, perché tutti sanno che il Dio, se ci si crede, è uno solo e basterebbe del semplice rispetto per l’“altro” per placare l’ira; ma, il petrolio e i mercati finanziari sono altre cose (!?) e lo sappiamo. Forse è proprio la “massimizzazione del reddito” che divide, è l’egoismo che divide, il protagonismo esasperato, la mancanza di voglia di comunità che divide, è il denaro che divide, l’arrivismo è che divide, la fama e la corsa al successo che divide, forse è la nostra rincorsa ad essere tutti uguali quella che divide di più.
Il mio pensiero e augurio di “forza e coraggio” va a tutti coloro che sono reputati “diversi” e che, in quest’accezione negativa, sono destinatari di continui attacchi personali e sociali; i disoccupati, i malati e i malati-dimenticati, gli omosessuali, i barboni della Stazione Centrale, “quei poveri del Sud del Mondo”, le donne-madri sole, le schiave dell’Africa, i bambini delle favelas, i rifugiati politici, gli analfabeti-forzati, gli immigrati e gli emigranti, le persone troppo sole, quelli che hanno freddo e quelli che muoiono di sete e potrei continuare a scrivere per un bel po’.
Perché, se loro stanno male e se li reputo uguali a me, non starò bene io fino a quando non farò tutto il possibile per loro ed è questo ciò che mi auguro di fare ogni giorno.

Nuove politiche per l’Africa (“Africa mon amour” – 5°)

sul settimanale “L’Amico del Popolo”

africaA cinquant’anni dall’indipendenza dell’Africa, anche se sulla carta la libertà è sancita dalla legge, non si può ancora dire che il paese africano sia effettivamente libero. Non lo sarà fino a quando sarà afflitto dal problema di sussistenza alimentare che, senza giri di parole, significa “fame e povertà”. Sono, infatti, 220 milioni le persone che ogni giorno sono afflitte da “fame cronica”.

La soluzione sarebbe un progressivo aumento dell’autoproduzione di cibo che svincoli il paese dagli aiuti alimentari e dalle importazioni indispensabili ma molto dispendiose. Ma, per fare tutto questo, sarebbe necessaria davvero una rivoluzione politica che possa mettere i coltivatori africani nelle condizioni di poter lavorare. Sfida ancora più ardua con l’avvento degli effetti del cambiamento climatico che portano, da una parte grosse inondazioni (vedi Burkina Faso) e, dall’altra, enormi siccità che spingono alla carestia quasi venti milioni di persone dell’Africa Orientale.

Gli ultimi cinquant’anni di storia hanno dimostrato che gli aiuti esterni da parte dei paesi cosiddetti “civilizzati” – quando non sono effettuati con tutti i crismi – sono più dannosi che concreti. Per questo motivo il vero cambiamento deve necessariamente avvenire direttamente nelle politiche degli stati africani, nei parlamenti di Nairobi, Addis Abeba, Maputo, Dakar etc. e, soprattutto, nelle coscienze delle persone. Migliorare è possibile, soprattutto per un continente ricchissimo di materie prime. Recentemente s’intravedono nuove direttive politiche che si pongono semplici obiettivi, ovvero formare una nuova generazione di analisti di politica per l’Africa che sappiano intrattenere dialoghi politici a livello nazionale, regionale e – allo stesso livello, aggiungerei io – dialoghi in realtà internazionali. Una nuova politica che rafforzi la capacità dei parlamenti per espandere gli investimenti pubblici in agricoltura, che abbia capacità di analisi nei ministeri dell’agricoltura, della finanza e dell’ambiente, con agricoltori impegnati in difesa della politica efficace.

Cambiare si può, dare nuove direzioni si può, dare nuove speranze è possibile. Basterebbe dare più fiducia ai giovani africani che hanno tutte le carte in regola, la forza a la passione per migliorare le sorti di loro stessi, della loro comunità e dello Stato intero.

Cos’è che ci divide, cos’è che ci unisce [Editoriale]

dal film "Metropolis" di Fritz LangEsiste una cappa di “modernità apparente” che copre e opprime qualsiasi scintilla di Rivoluzione che provenga dal basso. E’ una cappa di Consumismo senza controllo, una cappa mediatica, una cappa di povertà di valori, una cappa di freddezza umana che sembra indistruttibile.

Le persone sembrano senza controllo, sviate da false promesse, da desideri fittizi, da illusioni rigenerate ogni giorno, giorno per giorno; hanno mancanza di vita nel “presente” per ambire ad un futuro che non sarà mai come lo sognano. Passano, in modo così naturale, dall’essere dei timidi “oggetti teledipendenti” incastrati in pigri e dimessi salotti in pomeriggi in casa, a prossimi condottieri sognanti di una gloriosa Rivoluzione che non ci sarà mai. Pensano di avere la soluzione sottomano solo perché sventolano questa o quella bandiera di Partito, perché pronunciano questo o quel motto, perché si vestono di questi o di quegl’altri colori, senza capire che sono proprio i Partiti, realmente, la vera gabbia della società.

Le persone invocano rivoluzioni senza capire bene quello che stanno facendo, magari gridando “Difendiamo l’Ambiente!”, mentre – finestrino aperto e gomito fuori dall’auto – sgasano con il loro SUV, cilindrata 3000 a benzina, oppure pensando “Mai più razzismo!”, mentre cercano luoghi sicuri, al riparo degli stranieri, nella metropolitana.

dal film "Metropolis" di Fritz LangLa società civile non è più ascoltata, tantomeno considerata dai “piani alti” della Politica, questo è palese, come dire il contrario? Potremmo morire di fame, perdere il nostro lavoro, licenziare dipendenti e chiudere la nostra azienda, ammalarci e essere abbandonati, pagare anche ogni nostro sacrosanto diritto inalienabile, ma sembra essere tutto già deciso dall’alto e, forse, lo è. Tutto già deciso dalla Politica Suprema secondo regole ben lontane dal Bene Comune, ben lontane dal vero valore di democrazia, ben lontane dal concetto principe di “essere umano”, ben lontane dai Diritti Umani e dal loro rispetto.

Siamo sempre capaci di dire – e forse davvero dicendo il vero – che questa Politica non ci sta più bene, ma poi non facciamo altro che aderire ai Partiti, a idee e progetti partitici, a chiedere favori personali ai politici, a promettere il nostro sacro voto a un politico, a due, a tutti e a votare – di nascosto – l’unico che palesemente dicevamo che non avremmo mai votato. Gregge e pastori, pastori e gregge, corruzioni, bastone e carota e via dicendo.

Ecco, forse è pigrizia, forse è paura. Ciò che ci rimane sarebbe reagire, ma sperperiamo le nostre forze in centinaia, migliaia, milioni di iniziative “rivoluzionarie” tutte simili, e siamo pressoché soli in queste battaglie. Combattiamo ignorando che il nostro vicino di casa sta combattendo pressoché in solitaria la stessa nostra battaglia, ed è così che, invece di unire le nostre forze con lui, le annulliamo tra noi due, e il risultato è una completa stasi, perpetrata nei secoli dei secoli.

“Anziché cercare ciò che ci divide troviamo ciò che ci unisce” mi verrebbe da dire. Cerchiamo i punti di contatto, gli ideali comuni, sogniamo di più, cerchiamo le passioni, inseguiamo i progetti mossi da quegli stimoli interiori che ci fanno vibrare l’anima e che ci fanno venire la pelle d’oca solo al pensiero del raggiungimento di un buon risultato, renderemmo cento volte tanto; solo così possiamo ambire al miglioramento, solo così le cose cambierebbero.

Non sprechiamo le forze, non combattiamo le battaglie solo perché ci vengono chieste, solo per fare un favore a qualcuno o solo per manie di protagonismo. Dovremmo combattere semplicemente perché crediamo in quel che facciamo. Combattiamo le nostre battaglie per vincerle.

Guardiamoci in faccia, per una volta, siamo sinceri e onesti con noi stessi e con gli altri, parliamo un po’ meno di noi e ascoltiamo di più gli altri, incontriamoci di più nelle strade e nelle piazze, nei caffè, nelle spiagge e sui monti, parliamo anche di stupidaggini e di cose serie e non abbiamo paura di prendere una posizione chiara – non definitiva, ma chiara – non rispondiamo “ni” a tutto e tutti. Gridiamo un profondo e sincero “No” quando è necessario e facciamo lo stesso con il “Sì”, quando è necessario.

Meglio essere accettati o contestati per quello che siamo veramente che essere un nonnulla inconsiderato, un omino che non lascerà la benché minima traccia su questa Terra. Meglio essere noi stessi che ciò che gli altri vorrebbero che fossimo.

La favola dello Sviluppo Sostenibile

novembre 3, 2009 1 commento

Un semplice modo per capire come intendo lo sviluppo sostenibile

Sviluppo sostenibileCento anni fa esisteva una fabbrica che produceva auto. La tecnologia non ancora era arrivata e ogni singolo pezzo veniva costruito a mano dai 100 operai che lavoravano in quella fabbrica per 12 ore al giorno a 100 soldi al mese. Ogni hanno questa fabbrica sfornava 100 nuove auto che venivano messe in strada, inquinando 100 parti di aria. L’ambiente riusciva, da solo, ad annullare il fattore inquinamento. Ogni operaio aveva un’auto per portare a spasso la propria famiglia.

Cinquant’anni dopo, la stessa fabbrica, grazie all’avvento della tecnologia, delle catene di montaggio e dell’ottimizzazione dei cicli produttivi, riusciva a produrre le proprie auto a velocità doppia. Il proprietario della fabbrica, mister Umanità, uomo illuminato e con a cuore l’ambiente, si trovò davanti ad un bivio e si chiese: “Che faccio?”. Decise di mantenere invariato il livello di produzione (sempre 100 auto), quello dello stipendio (sempre 100 soldi), ma di dimezzare il tempo di lavoro giornaliero per i propri operai, facendolo arrivare a 6 ore. Ogni anno si sfornavano sempre 100 nuove auto che venivano messe in strada, inquinando, grazie alle tecnologia, solo 50 parti di aria. L’ambiente riusciva, da solo, ad annullare il fattore inquinamento. Inoltre, ogni operaio aveva 6 ore in più al giorno per leggere, acculturarsi, stare in famiglia, educare i propri figli.

Cinquant’anni dopo, ovvero adesso, la stessa fabbrica, grazie alla tecnologia moderna, riesce a produrre le proprie auto al doppio del doppio della velocità di cinquant’anni prima. Mister Umanità, seppur invogliato dall’idea di guadagno del doppio del doppio, continua per la sua strada, per le sue convinzioni, mantiene invariato sia il livello di produzione (sempre 100 auto), sia lo stipendio (sempre cento soldi al mese), ma diminusce ulteriormente il tempo di lavoro giornaliero per i propri operai, passandolo a solo un’ora e mezza. Infatti, 33 operai entrano in fabbrica la mattina presto solo per un’ora e mezza per programmare le macchine che lavoreranno al posto loro, altri 33 operai lavorano un’ora e mezza nel pomeriggio per controllare che tutto proceda bene e i restanti lavorano un’ora e mezza a sera per controllare e posteggiare le auto nel piazzale, pronte per essere vendute. Ogni anno questa fabbrica sforna sempre 100 nuove auto che vengono messe in strada, inquinando, grazie alle tecnologia, solo 10 parti di aria. L’ambiente riesce, da solo, ad annullare il fattore inquinamento. Inoltre, ogni operaio, tolta l’ora e mezza di lavoro ogni giorno, ha il resto della giornata da dedicare alle sue passioni, alla famiglia, agli anziani, ai  meno fortunati, al teatro e magari ad immaginare soluzioni ancora migliori per sé stesso e per gli altri. Nel frattempo mister Umanità è stato eletto ad amministratore del Paese.

Yemen: la tensione resta alta (”Così stanno le cose” – 12°)

YemenLo Yemen è l’unico paese della penisola araba in cui esiste un regime repubblicano (o repubblica presidenziale) ma, nonostante questo, non si può di certo definirlo come un ‘paese stabile’. A dir la verità, le tensioni nello Yemen ci sono sempre state, ma si sono aggravate a partire dal 1990, ovvero dopo la riunificazione della regione settentrionale con quella meridionale. Tensioni politiche e sociali che sfociano spesso in recrudescenze di violenza che fanno altro che aumentare le tensione, creando così un pericoloso circolo vizioso.

La provincia del nord-est è quella più interessata dagli scontri che vedono contrapposte le forze governative e le forze ribelli, scontri a fuoco dai quali la popolazione fugge arrivando nei governatorati di Shabwah e Abyan dov’è assistita dalla varie organizzazioni di aiuto internazionale, tra le quali Medici senza Frontiere.

I combattimenti più violenti avvolgono la città di Saada, per questo motivo gli operatori medici internazionali che lavorano nelle vicinanze di questa città sono costretti ad operare in condizioni di sicurezza precaria. Ogni giorno c’è un grosso afflusso di feriti gravi e meno gravi, vengono utilizzati mezzi di fortuna per il loro trasporto: macchine private o jeep, camion, con anche due o tre feriti per volta che vengono dapprima messi nelle tende e poi smistati, secondo le necessità, nei vari settori dell’ospedale. C’è da dire, però, che la struttura ospedaliera non è stata mai presa di mira dai conflitti armati, ma c’è sempre il rischio che qualche proiettile vagante possa raggiungere gli operatori medici soprattutto quando si spostano dalla sala rianimazione alle tende e al pronto soccorso.

Ciò che scrivo è, purtroppo, la normalità per i volontari medici che sono sempre i primi ad arrivare in zone colpite dalla guerra. Sono persone che mettono l’aiuto prima di tutto, rischiando anche in prima persona, rimettendoci anche la vita, a volte. Molto raramente i riflettori dell’informazione si accendono su di loro, ma nel buio possiamo di certo confermare il loro lavoro come tra i più utili nelle zone che disgraziatamente non conoscono ancora la pace.

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