Archivio

Articoli taggati ‘bene comune’

Etiopia: aiuti umanitari finanziarono armi

Meles Zenawi

Meles Zenawi

Ho conosciuto da vicino la realtà etiope. Mi sono interessato anche di conoscere questioni politiche che, devo dire, sono ancora abbastanza travagliate. Persone del posto mi hanno raccontato dei gravi problemi di “stabilità” che ci sono a Nord, al confine con l’Eritrea, e a Sud, al confine con la Somalia. Tutt’ora l’Etiopia e’ uno “stato instabile”, scusate il bisticcio di parole, governato da politici che, anche se si dichiarano democratici e dicono di governare una democrazia, adottano ancora metodi di governo con chiari riferimenti dittatoriali. Sono politici che, quasi sempre, preferiscono comprare armi per mantenere il controllo che sfamare la popolazione e, quasi sempre, fanno così.

Ma e’ notizia di qualche giorno fa, appresa dalla BBC, di uno scandalo che, dopo la purtroppo famosa carestia del 1984, colpì la comunità internazionale e l’Etiopia stessa. Infatti, negli anni successivi il 1984, la quasi totalità degli aiuti inviati dall’estero, sia alimentari che in denaro, furono “intercettati” dai numerosi gruppi ribelli che li usarono per acquistare armi e, tra questi, il Fronte Popolare per la liberazione del Tigray (Tplf).

Ma come fu possibile questo? L’escamotage e’ stato banale e semplice. I gruppi ribelli crearono delle, ovviamente, false Organizzazioni Non Governative con il solo scopo di appropriarsi dei fondi provenienti dai vari governi esterni. A rivelare il triste avvenimento e’ direttamente Aregawi Berthe, l’ex capo delle milizie, che specifica anche che, dei circa cento milioni di dollari inviati in aiuto e entrati in possesso del Tplf, il 95% e’ stato utilizzato per l’acquisto di armi che hanno permesso il perpetrarsi delle violenze e della guerriglia soprattutto nella regione del Nord e che, di conseguenza, hanno causato la morte per fame di migliaia di persone. La rivelazione dell’ex comandante e’ stata confermata anche da alcuni documenti in possesso della CIA che aggiunge il coinvolgimento nella triste vicenda di Meles Zenawi, nominato successivamente Primo Ministro nel 1991. Una considerazione finale mi fa dire che, quando si tratta di azioni di aiuto di questo tipo, aiutare e’ un gesto sacrosanto, ma vigilare sulla destinazione dell’aiuto lo e’ di più.

Dalla “cava di sabbia” all’utopistica nuova politica

La castaLa cava di sabbia a Vasto, di fronte la spiaggia di Punta Penna per cui era prevista l’apertura in questo mese di febbraio, non si farà. Il Consiglio Regionale d’Abruzzo, Deo gratias, si e’ pronunciato bocciando, all’unanimità, l’insano progetto. E’ stata una vittoria del buon senso, di un senso civile e lungimirante che partorisce una vittoria voluta, avviata, combattuta e vinta “dal basso”. A parte qualche ficcante e polemizzante “incursione” politica, ciò che ha vinto, questa volta, e’ stata la mobilitazione compatta e logica, disinteressata e apolitica della città di Vasto, e di tutti coloro (operai, commercianti, disoccupati, turisti, pescatori, medici, massaie, studenti, cani, gatti, pesci e uccellini e chi più ne ha più ne metta) che hanno difeso la spiaggia di Punta Penna da un potenziale scempio, da un qualcosa d’inconcepibile agli occhi di coloro che proprio non riuscivano a comprendere come possa convivere una cava di sabbia di così ampia estensione (un milione di metri cubi) con l’adiacente Riserva Naturale di Punta d’Erce. Ma, per fortuna e soprattutto per il volere di molti, la cava non si farà. Deo gratias!
Importante e’ stato il ruolo delle associazioni di città che hanno fatto da collante tra le varie richieste dei cittadini, come giusto che sia; l’associazionismo vive proprio di questo. Ma la mia domanda e’: “Ma davvero c’era qualcuno che pensava come ‘buona, utile e necessaria’ una cava di sabbia davanti la spiaggia di Punta Penna?”. Questo fatto, questa eventualità, deve far riflettere. Ciò che, ormai, comanda non e’ più la politica (sempre più sprofondata nella “pochezza” in entrambi gli schieramenti destroidi e sinistroidi), ma sono gli imprenditori, le grandi aziende golose di grandi appalti, gli amici di amici, i proprietari terrieri, chi porta voti, chi “piazza” gente a lavoro, e via dicendo. Questa volta, ha vinto il Bene Comune, dunque, sull’interesse dei soliti pochi. Ha vinto quella che, a mio avviso, dovrebbe essere la vera direzione della politica moderna, utopisticamente slegata e lontana da intrecci loschi e danarosi, slegata dai “trafficanti di comando”. Ha perso, per una volta, l’abuso di potere di una politica sempre più distante e sempre meno umile. Una politica, ahimè, sempre meno politica.
Dimentichiamoci, e ricordiamocelo come un pezzo d’antiquariato, il caro e vecchio politico mosso dalla voglia di “fare bene”, dimentichiamoci la vera “passione politica” causa di martiri del passato, dimentichiamoci chi tiene “davvero” a cuore il nostro paese perché, sempre più spesso, chi comanda, e’ il dio denaro, il profitto, la mala gestione, la convenienza personale. La vera direzione della politica moderna dovrà, sempre di più, essere tesa all’ascolto della popolazione, una politica più umile, più “immersa” nelle necessità del popolo, nel tessuto della comunità che esige di essere governata nel miglior modo possibile. In questa “questione cava” e’ stata palese la dimostrazione che il popolo c’e’ e vuole tornare a dire la sua con più chiarezza e forza; ringraziando il cielo, aggiungerei. Deo gratias!

La donna di Marrakech (”Così stanno le cose” – 18°)

gennaio 12, 2010 5 commenti
“Così stanno le cose” – QuiQuotidiano
La donna di MarrakechSono stato recentemente in Marocco. E’ stata un’occasione per vedere e cercare di capire da vicino una cultura islamica. Ciò che ho visto, a tratti, e’ stato disarmante per un occidentale come me. Ciò che salta subito all’occhio, nella Medina di Marrakech ad esempio, è la netta separazione tra la vita dell’uomo dalla vita della donna. Non ho visto “coppie” così come le intendiamo noi, non ho visto una “mano nella mano”, non ho visto baci o abbracci, non ho visto effusioni di giovani cuori, non ho avvertito sentimenti amorosi nell’aria, non ho visto donne fiere di esserlo, e credetemi, non mi ricordo di avere visto una donna parlare o fare movimenti e gesti oltre un certo “limite di decenza”. Non ho visto, per intenderci, una donna al di fuori di una certa “gabbia culturale”. La condizione, invece, era del tutto diversa nella “ville nouvelle”, la città nuova di Marrakech, dove e’ tutto più occidentalizzato e dove i veli e le bocche cucite lasciano il posto a minigonne, rossetti e mascara.
Lo sappiamo, la condizione femminile nei paesi islamici è una questione che interessa molto le società democratiche occidentali; attenzioni che spesso sfociano nella difesa dei diritti umani. Ma, nel complesso mondo della società musulmana, la donna ricopre ancora un’importanza minima rispetto al potere di cui l’uomo si appropria. La donna è ancora poco libera e poco emancipata, ma e’ pur vero che ci sono delle differenze tra i vari paesi islamici. Il Marocco, ad esempio, è una nazione che, seppur ancora legata alla tradizioni arabe, berbere e beduine (che sono le stesse tradizioni che hanno da sempre relegato la donna in una condizione marginale), sta cercando di aprirsi e concedere sempre più importanza alle donne, anche se permangono discrepanze giuridiche fra donne berbere e beduine e donne arabe rurali e di città.
Mi ricordo un piccolo racconto fatto da un mercante di Marrakech che diceva, non so se con piacere o no, che nei libri usati a scuola da qualche anno figurano donne senza più il velo. Quasi un’eresia! Ma, se è vero che i veri cambiamenti nascono nelle teste dei bambini, credo che questa sia davvero un’apertura che faccia ben sperare in una futura e sacrosanta uguaglianza della donna nella società islamica.

Un augurio “diverso” (”Così stanno le cose” – 17°)

dicembre 24, 2009 1 commento

Scolari africani

Vorrei concludere questa rubrica, almeno per quest’anno, ringraziando e facendo gli auguri ai lettori che hanno avuto l’interesse nel seguirla e alla Redazione del Qui per lo spazio che mi e’ stato concesso. Spero che le tematiche trattate, lo riconosco a volte forse tristi e crude, siano state utili a migliorare i metri di confronto tra noi e quelli che, per diversi motivi, reputiamo – erroneamente – così “diversi” da noi.

Noi non siamo diversi, o almeno non abbiamo quelle diversità che istigano allo scontro. Siamo diversi nell’accezione più positiva del termine; siamo diversi perché l’unicità della persona è un valore inestimabile e che porta al miglioramento della comunità. Il mondo e’ progredito, fuggendo dalla stasi, perché siamo stati diversi ogni giorno rispetto al precedente.
La religione che divide è solo un appiglio per fare la guerra e nascondere i veri interessi della lotta, perché tutti sanno che il Dio, se ci si crede, è uno solo e basterebbe del semplice rispetto per l’“altro” per placare l’ira; ma, il petrolio e i mercati finanziari sono altre cose (!?) e lo sappiamo. Forse è proprio la “massimizzazione del reddito” che divide, è l’egoismo che divide, il protagonismo esasperato, la mancanza di voglia di comunità che divide, è il denaro che divide, l’arrivismo è che divide, la fama e la corsa al successo che divide, forse è la nostra rincorsa ad essere tutti uguali quella che divide di più.
Il mio pensiero e augurio di “forza e coraggio” va a tutti coloro che sono reputati “diversi” e che, in quest’accezione negativa, sono destinatari di continui attacchi personali e sociali; i disoccupati, i malati e i malati-dimenticati, gli omosessuali, i barboni della Stazione Centrale, “quei poveri del Sud del Mondo”, le donne-madri sole, le schiave dell’Africa, i bambini delle favelas, i rifugiati politici, gli analfabeti-forzati, gli immigrati e gli emigranti, le persone troppo sole, quelli che hanno freddo e quelli che muoiono di sete e potrei continuare a scrivere per un bel po’.
Perché, se loro stanno male e se li reputo uguali a me, non starò bene io fino a quando non farò tutto il possibile per loro ed è questo ciò che mi auguro di fare ogni giorno.

Cava di sabbia a Punta Penna: Nuovi importanti sviluppi

Un documento dell’ing. Raggi cerca di fare chiarezza

Mappa della cava di sabbia a Punta PennaLa questione “Cava di sabbia a Punta Penna” prosegue con delle importanti novità che, di seguito, riporto. Ci eravamo lasciati qualche giorno fa con l’interrogazione effettuata in Regione Abruzzo dal consigliere regionale Giuseppe Tagliente in cui si chiedevano chiarimenti sulle modalità di attuazione del progetto e per la quale era stata richiesta una risposta scritta. Mi fa piacere sottolineare che, in questo problema, la comunità vastese e la politica di città hanno preso la medesima direzione: quella delle necessaria chiarezza. Ad oggi, però, questa risposta da parte della Regione non è giunta ma, in compenso, è stata resa pubblica una comunicazione del responsabile del Servizio, ing. Daniele Raggi. La comunicazione, datata 9 Dicembre 2009, è stata indirizzata, tra gli altri, anche al Sindaco del Comune di Vasto, Luciano Lapenna.

Le motivazioni principali che hanno spinto l’ing. Raggi a scrivere questa comunicazione sono principalmente due; la prima riguarda il parere negativo espresso fermamente dal Sindaco di Vasto in sede della Conferenza dei Servizi (18 Novembre 2009 in cui si presentava il progetto della cava) e la seconda sarebbe per chiarire (testuali parole) “osservazioni e opinioni sul tema, fuorvianti e non condivisibili sulla base dei dati oggettivi” fatte da parte di associazioni, da alcuni blogger e giornalisti della zona. Ricordo che su questi dubbi ed opinioni c’è stata una massiccia mobilitazione sia da parte di quasi tutte le associazioni di tutela ambientale di Vasto che di molti singoli cittadini. Ricordo, ancora, che i sopracitati dubbi sono ancora forti e che si basano sulla lettura di un documento ufficiale di progetto diramato dalla Regione e sul quale si è svolta la Conferenza dei Servizi in questione. Comunque, la comunicazione dell’ing. Raggi non ridimensiona ufficialmente nessuna delle problematiche fonte di dubbi e perplessità.

Con questa comunicazione, l’ing. Raggi vuole precisare alcuni aspetti. Il primo: la relazione tecnica di sintesi oggetto della Conferenza dei Servizi (e che è stata alla base della mobilitazione cittadina) è, come si capisce, di “sintesi” e quindi non esaustiva. Ora mi chiedo: “Se un documento di analisi di ‘sintesi’ mi dice che la Cava di Sabbia di Punta Penna ha un potenziale di 1.000.000 di metri cubi di dragaggio, perché dovrei pensare che ne potrebbe essere prelevata di meno o, addirittura, per niente? Il secondo: la comunicazione spiega anche che le cave previste in Vasto e Ortona potrebbero disporre di più sabbia di quanta ne serva attualmente per i ripascimenti previsti e che l’eccedenza potrà essere utilizzata in futuro per ulteriori interventi manutentivi dei ripascimenti. E così, aggiungo io, Vasto diventa produttore di sabbia anziché di turismo? Secondo questo chiarimento, l’ing. Raggi parla di un potenziale restringimento dell’area di cava. Questo ridimensionamento ipotizzerebbe un’estrazione di circa 170.000 metri cubi a fronte del milione previsto in precedenza. Non si parla però, come alcuni avevano ufficiosamente detto, di un allontanamento “certo e sicuro” della posizione della cava nei confronti della spiaggia di Punta Penna.

Fortunatamente l’ing. Raggi è disposto, prima di un’effettiva attività di dragaggio per la cava di Vasto, ad approfondire tutte le problematiche al fine di “fugare qualsiasi ragionevole dubbio sulla sostenibilità tecnica e sulle ripercussioni ambientali delle lavorazioni previste”.

Dal suo documento, però, si evince anche che la cava di Vasto sarebbe funzionale esclusivamente al ripascimento del litorale di Casalbordino. Detta papale papale, s’intende dire che la sabbia presa da Vasto servirebbe solo per risolvere i problemi di erosione di Casalbordino. A tal proposito, e’ bene precisare che il suddetto litorale (quello di Casalbordino) è già stato oggetto di altri precedenti interventi mirati a contenere l’erosione delle sue spiagge e il risultato è che, dove le dune sono state preservate (a Nord) l’erosione è stata contenuta, sulla restante parte del litorale i risultati sono a dir poco disastrosi. Il Sindaco di Casalbordino, durante la Conferenza dei Servizi tenutasi il 18 Novembre 2009, ha affermato che il precedente ripascimento ha fatto danni e ha rovinato la qualità della sabbia e che farà tutto ciò che è nella sue facoltà di Sindaco per bloccare l’opera. Quindi il primo cittadino è contrario ad un ripascimento, simile ai precedenti, che interessi le sue spiagge; a questo si aggiunge anche la contrarietà espressa dall’amministrazione comunale di Vasto per il sito di prelievo ipotizzato a Punta Penna. In conclusione: il Comune di Casalbordino non vuole un ripascimento, il Comune di Vasto non è disposto ad aprire una cava di sabbia per il ripascimento di Casalbordino; a questo punto, mi chiedo, perché proseguire? Non ci sono più, infatti, né le condizioni tecniche e scientifiche, né quelle politiche per proseguire questo progetto.

Una chicca finale: la regione Abruzzo, nell’altra grave questione ambientale riguardante le autorizzazioni per lo sfruttamento petrolifero, non ha ancora preso una posizione chiara e limpida che, come si dice, dovrebbe scongiurare una deriva petrolifera del nostro territorio. Dobbiamo stare molto attenti che tra pozzi petroliferi a largo di Punta Penna e cave di sabbia più o meno nello stesso luogo, non vorrei che una chiatta che trasporta sabbia andasse a finire dritta dritta contro un megapozzo di petrolio. Ovviamente, la mia ultima, è solo una battuta. Le cose serie a cui pensare sono, spero, davanti gli occhi di tutti.

Sulla cava di sabbia a Punta Penna: cifre “discordanti”

Si attendono documenti ufficiali e chiarimenti dalla Regione Abruzzo

Punta Penna vista dal satellite

Punta Penna vista dal satellite

Sono costretto a ritornare – non so ancora se piacevolmente o meno – sull’argomento “Cava di Sabbia a Punta Penna” che ha, però, il pregio giornalistico di essere diventato, in pochi giorni, argomento di grande discussione tra i cittadini vastesi e non, ed è per questo che è estremamente necessario cercare di fare più chiarezza possibile sulla questione.

Mi piace ricordare che, sempre da questo blog, dissi che non era affatto giusto creare allarmismo, come non lo era minimizzare. Ma non credo che si crei allarmismo riportando per filo e per segno ciò che un documento regionale (con tanto di nomi e cognomi, ditte appaltatrici ed altro) evidenzia. Qui è possibile leggere il documento ufficiale della Regione Abruzzo.

Mappa della cava di sabbia a Punta Penna

Mappa della ipotetica cava a Punta Penna

Le questioni confuse e che sono da chiarire sono principalmente due: distanza della cava marina dalla spiaggia e profondità della cava. Non credo, ripeto, sia allarmismo riportare le cifre evidenziate dal documento che – con tanto di mappa – evidenzia la distanza della cava a massimo duecento metri dalla costa di Punta Penna (e non di diversi chilometri come altre fonti non ufficiali dicono) e la profondità di scavo – sempre dalla stesso documento – che riporta “un metro e mezzo” (e non venti centimetri come altre fonti non ufficiali dicono).

Parliamoci chiaro: io sarei il primo a tranquillizzarmi se un altro documento ufficiale, e ripeto ufficiale, e ripeto ancora e ancora ufficiale, smentisse ciò che è stato scritto nero su bianco sull’unico documento sul quale possiamo far riferimento (ricordo che questo documento è ufficiale ed è diffuso dalla regione Abruzzo). Sarei il primo a ritornare sui miei passi e scrivere che “per fortuna, cari amici, il documento su cui ci siamo basati, secondo quello che scrive l’ingegnere di competenza è ‘incompleto’ e ‘soggetto a revisione’”. Ma non penso proprio possa essere così, perché detto documento è stato oggetto di una Conferenza dei Servizi in cui Comuni e altri soggetti si sono dovuti opporre o non opporre, è un documento serio, mica sciocchezzuole. E non penso che si possano fare Conferenze di Servizi su documenti incompleti e soggetti a revisione. Ma, di politica amministrativa, sono ignorante come sono il capo degli ignoranti in geologia. Per questo motivo la conferenza di sabato scorso del prof. Stoppa mi è stata molto utile per capire meglio il problema. Avere un punto di vista tecnico e apolitico è basilare.

Il prof. Stoppa non è catastrofista ma, dall’alto della sua conoscenza scientifica, è realista, applica modelli scientifici, applica la scienza. Alla precisa domanda “Potrebbe essere la spiaggia di Punta Penna la restitutrice di questo materiale? [il materiale dragato dalla cava]”, il professore non conferma ma non esclude. Il fatto che non escluda è un elemento estremamente importante perché anche se ci fosse anche solo l’1% di possibilità di scenari non previsti, un progetto di cava di questo genere dovrebbe essere oggetto di grossa revisione. Per chi non avesse avuto modo di partecipare alla conferenza qui di seguito, per estrema chiarezza, potete ascoltare la versione integrale.

Video 1, Video 2, Video 3, Video 4
Proprio a causa di questi dati “contrastanti” il consigliere regionale Giuseppe Tagliente ha deciso di presentare al più presto una richiesta di chiarimenti in Consiglio Regionale allo scopo di fare chiarezza. Noi non possiamo fare altro che aspettare comunicazioni e documenti ufficiali e, personalmente, ringrazio tutti coloro (ambientalisti e non) che, con il proprio “rumore civile”, hanno fatto in modo di “scoperchiare” questa vicenda che seguiremo con “passione civile”.

Cava di Punta Penna e Ortona: guerra di cifre

novembre 27, 2009 6 commenti

Cerchiamo di capire un po’ meglio l’entità di questo progetto

Mappa della cava di sabbia a Punta Penna

Progetto di cava di sabbia a Vasto

Come era prevedibile, per quanto riguarda l’ipotesi “cava di sabbia a Punta Penna”,  ognuno dice la propria cifra, sicuramente perché ognuno ha le proprie fonti. Da questo blog, in un articolo di qualche giorno fa, scrivevo di un prelevamento di “un milione di metri cubi” di sabbia. Cifra che confermo nuovamente, tentando di portare, però delle cifre e delle fonti.

Alcuni mi hanno scritto, con un messaggio privato, chiedendo se era vero che volevano prelevare addirittura un “un miliardo di metri cubi”, oppure “mille chilometri quadrati”, oppure un turista che, allertato da questa prospettiva, aveva capito che avrebbero scavato direttamente sulla spiaggia di Punta Penna. C’è anche qualcuno che ha scritto “i soliti terroristi ambientalisti”. Mi sta bene, ovvio. Ogni opinione ha il suo valore. Infatti, sono dell’idea che non è giusto creare allarmismi e non è, oltremodo, giusto dare cifre inesatte o minimizzare. Per questo  motivo invito chi abbia cifre ufficiali a renderle note così da capire effettivamente l’entità del progetto di cui stiamo parlando perché, ripeto, l’allarmismo non giova a nessuno come non giova a nessuno il “non preoccupatevi”. E’ necessario avere il quadro preciso della situazione.

Per questo motivo scrivo quel che ne so io, da quel che ho letto. Secondo il documento della Regione Abruzzo denominato “PIANO ORGANICO PER IL RISCHIO DELLE AREE VULNERABILI RAFFORZAMENTO DEI DISPOSITIVI DI DIFESA COSTIERA, SECONDA FASE DI ATTUAZIONE”, in riferimento al D.G.R. n. 946 del 13 novembre 2002) prodotto dalla DIREZIONE DEI LAVORI PUBBLICI della Regione, nella premessa, a pagina 3, si legge:

“[…] consistono in lavori di riqualificazione e realizzazione di opere a gettata in massi naturali, abbinati ad interventi di ripascimento delle spiagge per un quantitativo complessivo di 1.000.000 di metri cubi. […] In dettaglio le forniture e le provviste necessarie per l’esecuzione dei lavori di rinascimento, si articolano per i distinti siti di intervento nei seguenti quantitativi”

Sito 1 – Martinsicuro.                                 179.845 m3

Sito 2 – Roseto degli Abruzzi

Zona nord (località Cologna Spiaggia)         79.000  m3

Zona sud (località Foce Vomano)                165.645 m3

Sito 3 – Pineto e Silvi

Area nel Comune di Pineto                          150.000 m3

Area nel Comune di Silvi                   75.568 m3

Sito 4 – Montesilvano                                130.516 m3

Sito 5 – Casalbordino                                171.537 m3

Sito 7 – Ortona                                          58.677 m3

(n.b. dall’elenco precedente manca il “Sito 6”).

Faccio una veloce e semplice somma che restituisce un totale di 1.010.788 m3 (ovvero più di un milione di metri cubi). Questa cifra è quella che serve per il progetto in oggetto di ripascimento. Se questo è ciò che serve, significa che la stessa quantità deve essere prelevata da altri luoghi. Vediamo dove.

A pagina 10 dello stesso documento regionale, facente parte del capitolo “Prima campagna indagini”, si elencano quattro possibili cave da cui estrarre i sopraindicati 1.010.788 m3, definendo per ognuno il perimetro della cava. L’indagine è stata effettuata nel febbraio 2009. Ecco i dati:

  • Martinsicuro         circa 55.8 ha.
  • Giuliano                circa 58 ha.
  • Ortona                  circa 274.1 ha.
  • Vasto                   circa 73.1 ha.

Per un totale di circa 461 ha.

A pagina 12, sempre dello stesso documento, dopo una seconda indagine condotta tra il 22 e il 23 luglio, le quattro possibili cave sono diventate due.

  • Ortona                  circa 281 ha.
  • Vasto                   circa 220 ha.

Per un totale di circa 501 ha. Da questo si evince che per poter supplire alla fornitura di sabbia (che ricordo essere di 1.010.788 m3) verranno in soccorso le sole Ortona e Vasto.

Qualcuno potrebbe dire, a questo punto, che il milione e passa di metri cubi di sabbia necessari sarà “donato” da due territori, ovvero Ortona e Vasto, e che è palese che la sola Vasto non potrà privarsi (da sola) di un milione di metri cubi. E, invece… mi spiego meglio. A pagina 20, sempre dello stesso documento della Regione Abruzzo, si legge che, per la cava di Ortona:

“Tenuto conto dell’estensione areale della cava pari a circa 1.400.000 m2 e della profondità media di dragaggio pari a 1,5 m il volume dragato assomma almeno a 2.000.000 di m3, che però al netto di una quota di “rilascio a mare”, assunta cautelativamente pari al 40% comporta una resa finale effettiva pari almeno a 1.200.000 m3 di materiale posto a rinascimento”

E per la cava di Vasto:

“Tenuto conto dell’estensione areale della cava pari a circa 700.000 m2 e della profondità media di dragaggio pari a 1,5 m il volume dragato assomma almeno a 1.000.000 di m3, che però al netto di una quota di “rilascio a mare”, assunta cautelativamente pari al 30% comporta una resa finale effettiva pari almeno a 700.000 m3 di materiale posto a ripascimento”.

Da tutto ciò si evince che, detta papale papale, sapendo che la sabbia necessaria al ripascimento è di  1.010.788 m3 e che detto materiale verrà “donato” da Vasto e da Ortona, a Vasto dovrebbero essere prelevati 1.000.000 di m3 che però “all’arrivo” saranno solo 700.000. Ad Ortona verranno prelevati 2.000.000 di m3 che, però, all’arrivo saranno solo 1.200.000 m3. Quindi, per Vasto (come anche per Ortona) è importante quanta sabbia verrà portata via e non di quanta ne arriva a destinazione, ed è di 1.000.000 di m3 come detto nei precedenti articoli per Vasto e di 2.000.000 per Ortona.

In conclusione Vasto ed Ortona “doneranno” insieme 3.000.000 m3 che, dopo il trasporto e la perdita per strada, diventeranno solo 1.900.000 m3. Ma, in realtà, come descritto all’inizio, il materiale sabbioso necessario al ripascimento di Martinsicuro, Roseto degli Abruzzi, Pineto e Silvi, Montesilvano, Casalbordino ed Ortona (Vasto no) era per un totale di 1.010.788 m3, quindi il surplus di circa 900.000 m3 verrà, per caso, venduto? O usato per “insabbiare” il tutto?

Ovviamente, la mie ultime, sono solo pessime e infelici battute.

Prego chi ha altri dati di paragonarli con questi per arrivare ad un quadro più dettagliato, ampio e più vicino alla realtà.

No alla cava di sabbia a Punta Penna

Il Comune di Vasto dice “no” al progetto della Regione

Punta Penna vista dal satellite

La località di Punta Penna vista dal satellite

E’ notizia di oggi, apparsa sulla stampa regionale abruzzese e locale, che è in corso l’iter per il rilascio delle autorizzazioni necessarie per una cava di sabbia il località Punta Penna (Vasto). La cava, che dovrebbe sorgere nelle immediate vicinanze della nota spiaggia vastese, servirebbe per il ripascimento di altri lidi regionali alle prese con il problema dell’erosione marina.

Non è affatto una buona notizia, se si mette in conto che, secondo il progetto della Regione, sarà di circa un milione di metri cubi la quantità di sabbia che verrà prelevata dalla zona della Riserva Naturale e portata in altri luoghi dove il problema dell’erosione marina (Torino di Sangro, Casalbordino) sembra più importante della difesa di un territorio SIC (sito interesse comunitario) qual è quello adiacente Punta Penna.

Il sindaco di Vasto, Luciano Lapenna, che ha già informato sia la Capitaneria di Porto di Ortona che il Circomare di Vasto, ha espresso parere negativo, considerato il grande valore ambientalistico della zona prescelta.

La riserva naturale di Punta Aderci

Si spera che non sarà lasciato nulla di intentato per evitare questa scelta sciagurata. Non si capisce, infatti, per quale motivo, avendo a disposizione oltre 42 chilometri di costa abruzzese, sia stata scelta proprio una località limitrofa alla riserva di Punta Aderci che ha, inoltre, un grandissimo valore archeologico e turistico, oltre che ambientale che tutti conosciamo.

Abruzzo e Petrolio, il dovere del giornalista

Hermes Pittelli vuole vederci chiaro e parte per Los Angeles dalla professoressa D’Orsogna

Quello che non viene fatto – per dovere di responsabilità – dai rappresentanti politici, per grazia di Dio, viene fatto da un giornalista. Per questo motivo, Hermes Pittelli, giornalista romano, vuole vederci chiaro sulla questione “petrolio abruzzese”, vuole scrivere la verità e raccontarla. Obiettivi: dovere di verità e il sacrosanto dovere di informazione. Verità e informazione: requisiti di cui la politica attuale sembra essere monca.

Hermes Pittelli

Hermes è volato proprio oggi alla volta di Los Angeles, California, per motivi professionali. Ma questa è anche un’ottima occasione per incontrare ed intervistare la ricercatrice di origine abruzzese Maria Rita D’Orsogna e farsi spiegare come vanno le cose in quella parte del mondo in fatto di ‘petrolizzazione’. Sulla costa pacifica degli States la professoressa D’Orsogna, 35 anni, è fisico. Da anni lavora a stretto contatto con le istituzioni e con i maggiori esponenti della comunità scientifica americana per condurre studi e ricerche, per giungere a connubi sempre più sostenibili tra utilizzo del petrolio e vita. Hermes seguirà le attività della D’Orsogna, chiedendo e chiarendo il più possibile l’aspetto scientifico della questione riferita al nostro territorio abruzzese.

Maria Rita D'Orsogna

Maria Rita D'Orsogna

La scienziata, che da tempo segue le vicende del suo Abruzzo a rischio petrolio, parla chiaro e senza dubbi dice: “Esistono varie migliaia di articoli di scienza dove vengono messi in evidenza legami molto forti fra attività petrolifere e cattiva salute delle popolazioni”. L’agente incriminato è l’idrogeno solforato che si sprigiona nell’aria a causa delle raffinerie e che non viene sufficientemente smaltito dall’atmosfera. Insieme al suo collega, il maggior esperto mondiale di questa sostanza, il prof. Kaye Kilburn, cerca di portare all’attenzione della collettività abruzzese il problema, soprattutto dopo le notizie sempre più discusse – confermate e smentite a ripetizione – su una prevista costruzione di un centro oli (vedi raffineria) ad Ortona (Ch).

Hermes, che non da poco tempo segue la questione dell’oro nero d’Abruzzo, è appassionato come pochi al problema, e non cerca di screditare nessuno col suo lavoro di reporter, non cerca di dare spallate politiche, non cerca di portare acqua al suo mulino o a quello di qualche suo amichetto d’affari, ma cerca la verità, cerca di capirci qualcosa, cerca di informare in modo sincero la comunità di cui si sente parte.

Ricordo che mancano 46 giorni alla scadenza della moratoria sul Centro Oli di Ortona (la moratoria, infatti, scade il 31 Dicembre) e dalla Regione ancora non c’è alcun atto concreto. La moratoria blocca di fatto gli eventuali lavori di costruzione, ma se questa non verrà rinnovata i lavori potranno partire in qualsiasi momento.

Le concessioni minerarie interessano il 50% del territorio abruzzese

Hermes tiene a sottolineare che “Al ministero delle Attività Produttive le mappe per le concessioni minerarie – quindi che riguardano il petrolio, ma anche il gas (altri tipi di problemi, ma sempre collegati alla trivellazione o del sottosuolo o dei fondali) – interessano il 50% del territorio abruzzese” – aggiungendo che “La giunta regionale, con il presidente Chiodi e l’assessore all’ambiente Daniela Stati continuano a non dire una parola sull’argomento e rifiutano di confrontarsi con i comitati civici e ambientalisti. Farfugliano che la raffineria di Ortona non è stata realizzata e non si realizzerà, ma appunto la moratoria scade il 31 dicembre e la regione Abruzzo si sta preoccupando di stabilire l’entità delle royalties (nell’eventualità di cosa?) e ci aggiunge pure la ‘necessità’ di costruire inceneritori”.

Personalmente spero che non andrà così, che la moratoria verrà rinnovata, così da avere più tempo ed essere sicuri su ciò che la regione si appresterebbe a legittimare. La politica ci rassicura sulla mancanza di pericoli di inquinamento che deriverebbero dalle nuove attività petrolifere in Abruzzo, ma la scienza non è d’accordo. Per fortuna i politici che ci amministrano vengono scelti ancora democraticamente, ma il problema, in questo caso, è che non hanno alcun tipo di competenza specifica per i delicati ruoli che vanno a ricoprire, quindi dovrebbero munirsi di umiltà e informarsi presso fonti autorevoli che nella vita studiano, ad esempio, gli effetti nocivi per salute e ambiente derivanti da estrazione, trasporto e lavorazione del petrolio, anziché perseguire obiettivi senza il dovuto ascolto; in questo caso, sarebbe sinonimo di ignoranza e ipocrisia o utilitarismo personale.

Hermes, nel suo ruolo di giornalista, continuerà con la sua attività di ricerca di informazioni comprovabili, anche grazie al supporto della professoressa D’Orsogna, che possano aiutare nelle definizione di una posizione sempre più chiara rispetto alla questione Abruzzo e Petrolio. Aspettiamo, dunque, sue novità d’oltreoceano.

Nuove politiche per l’Africa (“Africa mon amour” – 5°)

sul settimanale “L’Amico del Popolo”

africaA cinquant’anni dall’indipendenza dell’Africa, anche se sulla carta la libertà è sancita dalla legge, non si può ancora dire che il paese africano sia effettivamente libero. Non lo sarà fino a quando sarà afflitto dal problema di sussistenza alimentare che, senza giri di parole, significa “fame e povertà”. Sono, infatti, 220 milioni le persone che ogni giorno sono afflitte da “fame cronica”.

La soluzione sarebbe un progressivo aumento dell’autoproduzione di cibo che svincoli il paese dagli aiuti alimentari e dalle importazioni indispensabili ma molto dispendiose. Ma, per fare tutto questo, sarebbe necessaria davvero una rivoluzione politica che possa mettere i coltivatori africani nelle condizioni di poter lavorare. Sfida ancora più ardua con l’avvento degli effetti del cambiamento climatico che portano, da una parte grosse inondazioni (vedi Burkina Faso) e, dall’altra, enormi siccità che spingono alla carestia quasi venti milioni di persone dell’Africa Orientale.

Gli ultimi cinquant’anni di storia hanno dimostrato che gli aiuti esterni da parte dei paesi cosiddetti “civilizzati” – quando non sono effettuati con tutti i crismi – sono più dannosi che concreti. Per questo motivo il vero cambiamento deve necessariamente avvenire direttamente nelle politiche degli stati africani, nei parlamenti di Nairobi, Addis Abeba, Maputo, Dakar etc. e, soprattutto, nelle coscienze delle persone. Migliorare è possibile, soprattutto per un continente ricchissimo di materie prime. Recentemente s’intravedono nuove direttive politiche che si pongono semplici obiettivi, ovvero formare una nuova generazione di analisti di politica per l’Africa che sappiano intrattenere dialoghi politici a livello nazionale, regionale e – allo stesso livello, aggiungerei io – dialoghi in realtà internazionali. Una nuova politica che rafforzi la capacità dei parlamenti per espandere gli investimenti pubblici in agricoltura, che abbia capacità di analisi nei ministeri dell’agricoltura, della finanza e dell’ambiente, con agricoltori impegnati in difesa della politica efficace.

Cambiare si può, dare nuove direzioni si può, dare nuove speranze è possibile. Basterebbe dare più fiducia ai giovani africani che hanno tutte le carte in regola, la forza a la passione per migliorare le sorti di loro stessi, della loro comunità e dello Stato intero.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.