di Roberto De Ficis
Dunque, tu mi chiedi cosa penso. Ti dico, prima di tutto, che io sono felice di pensare. Quel che io penso è pensiero soggettivo, intoccabile, come per ognuno di noi. Se è giusto o sbagliato, quel che penso, sarà pensiero tuo, soggettivo, sacro, intoccabile. Ho il cervello in ordine, per fortuna, e posso pensare. Ho gambe e braccia “tutto bene”, cuore che batte, polmoni in forma e tutto il resto è ok, e posso vivere.
Dunque, mi chiedi cosa penso in questo momento. E io, piacevolmente e grato per l’occasione, ti rispondo. Penso che, se cammino per le strade delle città o del mio paese, se navigo su internet, se ascolto musica, i testi delle canzoni o se mi trovo a parlare con qualcuno posso dire – ed esserne certo – che sono in molti a gridare: “Rivoluzione! Rivoluzione! Ri-vo-lu-zio-ne!”. C’è chi lo fa con il pugno stretto e alto, altri con il braccio ritto e lungo, a mano aperta. E sembrano gridarla, questa “voglia di Rivoluzione”, attraverso un mega-megafono che fa delle voce un suono metallico e freddo, uno di quelli in voga negli anni ’60/’70, come se le loro voci uscissero da una vecchia radio Phonola con cassa in radica, fine anni ’40. Con chitarre sulle spalle e spinelli nella bocca, alcuni, o con cravattine nere alla moda e capelli cortissimi, altri, tutti vogliono “fare la Rivoluzione”, e ci credono quando lo dicono, oddio quanto. Ma nessuno – e dico nessuno – stranamente, la fa davvero.
Ma che ne dici? Non sarebbe cosa buona e giusta, prima di tutto, schiarirci le idee e domandarci: ma cos’è la Rivoluzione? E, seconda cosa, capire perché nessuno la fa davvero?
La Rivoluzione – che vocabolo grandioso e fumante, lo senti? La Rivoluzione! - non è altro che lo sconvolgimento, o il tentato sconvolgimento, dell’assetto politico e sociale di uno Stato allo scopo di crearne uno nuovo di zecca (senza ricordi, senza recriminazioni, senza qualcosa-che-c’era-che-non-andava-bene), più adatto o più aderente a coloro che l’hanno voluto e fatto, lo Stato, intendo. Una Rivoluzione – se fatta come si deve – si basa sul semplice concetto della “distruzione-costruzione”. Nella “distruzione” – che mi piace di meno perché, spesso, include violenza – si verifica un’azione del basso tesa alla distruzione dello Stato (verso l’alto). Nella “costruzione” – che mi piace molto di più – invece, lo Stato viene ricostruito secondo i voleri “dal basso”, cambiando leggi, governo, esercito, ordine pubblico.
Per capire il motivo per il quale la Rivoluzione in paesi occidentali, pur essendoci ormai da decenni tutti i presupposti di scontento sociale, non si verifica, chiamerei in causa in questo articolo un filosofo, psicoanalista e docente universitario: Umberto Galimberti, e un religioso, presbitero e missionario italiano: Padre Alessandro (Alex) Zanotelli. Galimberti ci chiarisce il perché sia cosi difficile, di questi tempi, parlare in modo più “reale” di Rivoluzione. Padre Zanotelli, invece, affronta il problema principale che hanno i giovani nell’intraprendere davvero un’azione rivoluzionaria.

- Umberto Galimberti
Galimberti, affrontando il problema, chiama in causa Marx. Marx ricordava agli operai che loro non erano affatto i soggetti della Storia. Ovvero, che gli operai non hanno mai fatto, neppur minimamente, la Storia. “Producete, producete, consumate e producete! Sgobbate, morite, state zitti e lavorate”. La Storia, fino a quel periodo, era sempre stata fatta dai “piani alti”, dagli Imperatori, dagli Eserciti, scritta unilateralmente dai “Padroni”, dai “Signori”. Marx, lo ricordiamo, incitava gli operai ad acquisire una coscienza di classe secondo la quale, attraverso scioperi lunghi e faticosi, bastonate e colpi di pistola, cariche della polizia e feriti e morti, potessero far valere le proprie ragioni. Scioperando, senza stipendi, gli operai avrebbero rischiato sì di morire di fame, ma avrebbero costretto la Storia ad accorgersi di loro. Il mondo si sarebbe accorto di loro, si sarebbe accorto della loro indispensabilità nel ciclo produttivo. Così è successo. La Rivoluzione ha dato i suoi frutti.
Ma la Storia insegna anche che i popoli hanno la memoria molto corta, troppo corta per valorizzare ciò che è stato, e si dimenticano del passato. La lotta di classe, ad esempio, è una cosa quasi completamente dimenticata dai più. Galimberti si pone, infatti, questa domanda: “Si può ricominciare?”. I fatti del ‘68 ci avevano illuso che era possibile ricominciare. La motivazione di base delle insurrezioni di quegli anni era la richiesta di maggiore libertà sociale (gonne più corte, più potere alle donne, sesso senza tabù, etc.) e di diminuzione dell’autorità sempre maggiore dei professori universitari, una lotto contro la sottomissione all’insegnamento. Motivazioni assai più “tenere” rispetto a quelle che, di questi tempi, i giovani potrebbero prendere come spunto per una Rivoluzione.
Quindi, la domanda principale è: “Perché oggi la Rivoluzione non scoppia?”. Galimberti continua dicendo che, nel rivoltoso ’68, c’era ancora una “dimensione umanistica”, ovvero c’era la possibilità di scontro tra due “volontà” ben distinte. E questo, forse, era un bene. Infatti, in quegl’anni, gli interessi dell’operaio erano diversi, opposti forse, da quelli del grande imprenditore; il signor Rossi o il signor Tal dei Tali si scontrava ogni giorno con il signor avvocato Agnelli. Questo contrasto era già stato definito da Hegel come rapporto Servo/Padrone. In fin dei conti, c’era terreno di scontro che, volendo o non volendo, portava ad un progresso comune. Oggi, sia il Servo (operaio) che il Padrone (imprenditore) sono dalla stessa parte. Paradossalmente non sono più contrapposti, vanno a braccetto. Tutto questo perché sopra di loro aleggia, come un uccello nero e aggressivo, quella che il filosofo Galimberti chiama “dimensione anonima”, ovvero il Mercato. Una dimensiona anonima che si completa con la tecnica finanziaria e gli investimenti, con le rincorse affannose al prestito, con l’ipotecarsi tutto per acquistare il superfluo, ipotecare figli e futuro, ipotecarsi anche le mutande. Il Mercato diventa, quindi, la “volontà” antagonista e intangibile sia del Servo che del Padrone. Ci si chiede, quindi, cos’è questo Mercato? Cos’è questo Nessuno? Data l’indecifrabilità di questo Nessuno, i giovani d’oggi non sanno con chi prendersela, rinunciano alla battaglia, abbandonano l’idea di Rivoluzione. Bivaccano e vegetano in una società che sembra ottima, ma che ottima non è affatto.

- Padre Alex Zanotelli
Padre Zanotelli, di questo Nessuno, prende in analisi l’aspetto finanziario. La Finanza, forse la madre di tutte le guerre, la tanto amata e odiata Finanza. Finanza, ovvero come gli Stati, le imprese locali e multinazionali, gli enti e le organizzazioni varie gestiscono i flussi monetari con il solo fine e interesse di massimizzare la propria soddisfazione. A tal proposito mi viene in mente la famosa frase presa in prestito dal postulato fondamentale di Lavoisier – chimico, botanico, astronomo e matematico – che dice: “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Se questo è vero, allora, se da una parte c’è qualcuno che massimizza in una certa quantità, ci sarà sicuramente qualcun’altro, da qualche altra parte che minimizzerà della stessa quantità. Ma se ammettiamo il caso che una massimizzazione di un investimento di un’azienda made in U.S.A. porti ad aumentare il valore di questa di dieci milioni di dollari, potremmo ipotizzare che, ad esempio un’azienda russa e una tedesca minimizzino, di conseguenza, di cinque milioni di dollari ognuna; sembrerebbe filare come discorso e non sarebbe poi così male, ci saranno altre massimizzazioni che riporterebbero equilibrio. Ma se, a fronte di questa massimizzazione americana, che ricordo che è di dieci milioni di dollari, ci fosse una minimizzazione nelle casse statali del Guinea Bissau? Sapete cosa si può fare con dieci milioni di dollari in Guinea Bissau? Se sempre più spesso questa massimizzazioni occidentali portassero continue e sempre maggiori minimizzazioni in paesi in via di sviluppo, non-occidentali, non-civili, non-mercato-dipendenti, non-cinici, non-reddito-massimizzanti? Cosa succederebbe? Che equilibrio si avrebbe? O meglio, sarebbe possibile recuperare questo attuale e inquietante disequilibrio? Lavoisier che bel casino che hai combinato! Hai visto? E adesso chi glielo spiega che non è tutto come si pensa? Glielo spieghi tu che non è poi così vero che massimizzare, a livello finanziario, porti solo benefici a tutta la comunità? Lavoisier non potevi starti zitto? Lavoisier, non potevi fare il politico?

Wall Street
Padre Zanottelli sottolinea che “siamo entrati nel secolo della Finanza”, ed è per questo motivo che accusa che fino a ieri i poveri venivano, almeno, “usati” come manodopera a basso prezzo e che oggi non servono praticamente a nulla, che la società li vede solo come un peso sociale. Analizzando il mondo dal punto di vista finanziario, Zanotelli, porta in esame un dato secondo cui tutta la ricchezza finanziaria mondiale è nelle mani di 300/400 famiglie (personalmente aggiungerei anche che quasi tutte si trovano nel nord ricco del Pianeta e che anche il Vaticano è tra queste “famiglie”). In pratica, sono queste famiglie che hanno il “potere di decidere”, sono queste famiglie che hanno il vero governo del mondo, e non decidono di certo attraverso i vari governi nazionali, ma decidono attraverso tre grandi organismi internazionali, che li possiamo immaginare come simili a tentacoli del Potere, lunghi-lunghi: La Banca Mondiale, il Fondo Monetario e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Padre Zanotelli, ammonisce ricordando che “Dobbiamo renderci conto del fatto che non sono più i governi che decidono, ma sono le forze economiche finanziarie mondiali che decidono”.
Con questi presupposti, sia con quello di Galimberti che con quello di Padre Zanotelli, una domanda diventa obbligatoria: avrebbe senso una rivoluzione in un qualsiasi paese (ad esempio l’Italia) se, praticamente, le decisioni che ne creano i presupposti vengono prese altrove? Già questo basterebbe per capire lo stato delle cose e intuire le difficoltà nel “fare una Rivoluzione”. Contro chi la facciamo questa benedetta Rivoluzione? Contro il Mercato intangibile? Contro i tassi di interesse? Contro i cali di produzione? Contro cosa?
(Piccola noticina scomoda: non so se mi facciano più pena che tenerezza i politici, specialmente la maggior parte dei politici locali, oppure quelli che appoggiano questi politici e che pensano che fanno un’ottima scelta solo perché a favore di un “grosso nome” in città e che questo sia come fare una Rivoluzione: “Io sto con tizio perché è l’uomo giusto per la città” e “io, invece, sto con Caio perché non se ne può più di Tizio (solo perché ‘è di questa Destra’ o ‘è di questa sinistra’)”, e “io sto con… ma sì, dai, sto con Sempronio perché sì, e basta!”. Son quelli che pensano che far cadere un Consiglio Comunale, che “spodestare” in Sindaco, per poi ambire loro stessi alle stesse poltrone sia la giusta motivazione per sfiduciare un Consiglio Comunale o spodestare un Sindaco, che pensano che fare politica significhi imporre il ‘proprio’ sull’’altro’, ma non in base a idee, nossignore, l’importante è imporre il proprio sull’altro e basta, che se ne vada a farsi benedire il Bene Comune. E mi fanno anche tenerezza (o rabbia) quelle persone che dietro questi piccoli politici ci sbavano come fa un cane con un osso pien pieno di grasso e tenerume, che fanno campagne elettorali di appoggio a questi politici-candidati, badate bene, non per seguire e appoggiare ideali comuni, ma sperando di aiutare qualcuno ad arrivare nei “posti che contano” e che questo qualcuno possa, un giorno, contraccambiare. O per dire: “conosco l’assessore, ci penso io”, oppure “Il Sindaco? Mio grandissimo amico, non ti preoccupare che ci parlo io…”. Per questo motivo è palese che è più facile appoggiare e spingere un politico non per la sua onestà o per le sue capacità, ma per il suo livello alto di corruttibilità. Chi spingerebbe, dunque, un politico se un domani questo non ricambierebbe? La politica non è scambio. Il commercio sì, è scambio, ma la Politica, non lo è, o non lo dovrebbe essere. E questi omini vendute al Potere sono le stesse persone che le puoi vedere, ad elezioni concluse e a “posti che contano” occupati, aggirarsi con la coda tra le gambe tra i vicoli del paese, un po’ per vergogna, un po’ perché dimenticati da tutti e soprattutto dalle promesse che avevano ricevuto. Fine della noticina - forse non troppo – scomoda).
Ma, tuttavia, andiamo oltre. E vediamo che ruolo hanno i governi nazionali in tutto questo. I governi nazionali hanno come obiettivo principale del loro operato non di certo il Bene Comune, come ci portano a credere (nuove strade, sanità efficienti, diminuzione degli sprechi, lotta alla corruzione, contrasto della criminalità organizzata, istruzione all’avanguardia, tecnologia alla portata di tutti etc.). L’obiettivo principale di un governo nazionale è il costante e forte impedimento alla nascita di qualsiasi tentativo di rivolta, in ogni campo, in ogni tempo; in poche parole: mantenere l’ordine.
Bien, come fa allora un governo nazionale ad adottare tutte quelle misure invisibili (ma che sono macigni) per mantenere l’ordine? Principalmente facendo sì che ogni cittadino sia costretto a fare vita a sé, che sia il più possibile lontano dalla aggregazioni e dalle possibilità di aggregarsi, dai luoghi di incontro sociale (e perché no, di scontro sociale), di ricezione e scambio di informazioni (una biblioteca, una libreria, un locale senza la musica così alta da non farti parlare, etc.). Ma lo fa, in modo più sostanziale, attraverso la limitazione e la regolamentazione della disponibilità di lavoro e, di conseguenza, della disponibilità del reddito. I governi sanno benissimo che il lavoro in “tranquillità”, stabile e sicuro, provocherebbe una libertà d’azione tale che il cittadino possa avere tempo e modo per ambire a costruire una società migliore (ma, lo sappiamo, lavorare 10 ore al giorno, aggiungere a queste due ore di viaggio in media per andare e tornare dal luogo di lavoro, non avere soldi per uscire per una pizza o per andare a ballare una volta a settimana causano solo i presupposti, nella maggior parte dei casi, per tornare a casa e andarsene a dormire, senza capire se il giornale che leggo è “di parte” oppure no, se il prezzo che pago per la benzina è giusto o è una truffa, se in ospedale mi curano bene oppure no, se mio figlio riceve una buona educazione nelle scuole pubbliche oppure no, se sono davvero libero oppure no, se sono davvero io quello che guardo allo specchio tutte le mattine oppure no, etc.). Ma fino a quando il lavoro non sarà un manifestazione di libertà dell’individuo, ma un atto di grazia da parte del Padrone, la libertà di agire resterà sempre una libertà vigilata.
Il secondo modo attraverso cui i governi mantengono ordine è il controllo dei mezzi di comunicazione di massa e, di conseguenza, attraverso il controllo sistematico della circolazione delle idee e delle informazioni. Infatti, si sa bene che le gente giudica positivamente o negativamente l’operato di un governo quasi esclusivamente attraverso le notizie alle quali può accedere (Giornali, Tv, internet, etc.). Infatti, ad esempio, chi di noi si va a consultare la Gazzetta Ufficiale e se la va a spulciare pagina per pagina per giudicare bene o male le leggi che giornalmente lo Stato emana? Quasi nessuno, direi. Solo chi è costretto dal lavoro che fa o da un hobby particolare lo fa. La conseguenza è chiara: basta diffondere solo alcune notizie (di comodo) e censurare (o cercare di farlo) tutte le altre e la popolazione governata penserà sempre di vivere in un paese civile, moderno, senza preoccupazioni. In uno Stato con la “s” maiuscola in cui vive una Società con la “s” maiuscola perché governata da una Politica con la “p” maiuscola.
Ma, oltre la regolamentazione del lavoro-reddito e il controllo dei mezzi di comunicazione, c’è un terzo modo di controllo dell’ordine, ed è quello che viene chiamato “Antistato”, ovvero l’uso delle organizzazioni criminali. Secondo questa pratica è lo Stato stesso – udite, udite – che promuove e diffonde l’uso delle droghe tra i giovani. Perché proprio tra i giovani? Semplice, qual è la fascia di età poco propensa ad accettare questo immobilismo sociale? La fascia giovane, ovviamente. Ahimè, non sono mai gli ottantenni a guidare le rivoluzioni. I governi sanno benissimo che, sia dal punto di vista fisico che da quello psichico, la droga, distrugge – letteralmente distrugge – un giovane, lo polverizza socialmente, lo toglie di mezzo, lo rende inoffensivo, inutile. Ma, soprattutto, l’uso della droga dà, di per sé, l’illusione di vivere già in un mondo perfetto, il che annullerebbe – di fatto – qualsiasi necessità e bisogno di volerlo migliorare.
(Nota stupefacente: se guardiamo gli ultimi venti anni della storia italiana, ci accorgiamo di questa pratica; Ci provarono prima con l’eroina, ma i risultati erano davvero troppo devastanti-evidenti da far abortire il progetto, si sarebbe scoperto tutto! Qualche anno dopo, arrivando ai nostri giorni, hanno trovato una soluzione. Ci hanno fatto vedere in Tv che usare cocaina e partecipare alle festicciole era “IN”, era “alla moda”, ci faceva belli tra i belli. Che usare cocaina non era tanto poi così sbagliato. Prima era la droga dei vip, adesso basta girare l’angolo per trovare qualcuno che te la vende o qualcuno che ne fa uso – l’impiegato, il commerciante, l’operaio, la commessa, lo studente, il disoccupato, lo sportivo, il prete, etc. -, ed è meglio non andare a vedere cosa succede nelle discoteche, andremmo tutti in ecstasy! Fine della nota stupefacente).
Ultimo punto nodale attraverso cui lo Stato controlla l’ordine è dando la percezione della sostanziale compattezza del sistema politico. Si procede cosi all’abolizione la diversità dei partiti (chi di noi non è tentato di dire davanti al seggio: “tanto sono tutti uguali”, …, etc.?). Inganniamo noi stessi, non credendo che, ormai (anche in Italia), la maggioranza e l’opposizione hanno sempre concordato tutto, hanno sempre deciso prima come e in che misura spartirsi la torta dei nostri diritti, delle nostre ricchezze, la nostra libertà. Tranne quando una parte non prende il sopravvento sull’altra sfociando nell’Assolutismo. Dato per assunto che, in un paese civile, non è possibile neppure affidarsi alle opposizioni per contrastare lo strapotere delle maggioranze (dato che sono la stessa cosa) al povero cittadino resta solo da accettare che: il Potere è invulnerabile e il Potere, quando è troppo forte, scoraggia qualsiasi tentativo di Rivoluzione.
Ora non sono io a dare una soluzione, non ne sono davvero in grado. Posso solo dire che sarebbe necessario tornare a valorizzare l’aspetto morale e umano della nostra civiltà-società. Le rivoluzioni non scoppiano perché ognuno di noi pensa solo a se stesso, perché siamo ancora immobilizzati nella pratica di recepire informazioni e non siamo più abituati a chiederle e esigerle. Perché non riusciamo a discostarci ancora dalla - ormai secolare – visione della società e della politica divisa in destra e sinistra, dove obbligatoriamente caratteristiche proposte da una destra non possono e non devono essere condivise dalla sinistra o viceversa, anche se queste caratteristiche, oggettivamente, sarebbero utilmente condivisibili da entrambe. Non si pensa più alla trasversalità nella politica che porterebbe davvero al raggiungimento del Bene Comune. Penso davvero che è un vile affronto all’intelligenza umana dividere i pensieri di un uomo, dotato di tutta la sua meraviglia di creazione, in destra (e affini) e sinistra (e affini). Ma anche ammesso questo, se pensassimo una politica con le sembianze di un essere umano, un essere umano che ha due mani: la destra a la sinistra, potremmo immaginare la destra plasmare la società con ideali di destra e con la sinistra plasmarla con ideali di sinistra. Quale migliore finalità se non quella di una sincera e duratura stretta di mano? Non ne guadagnerebbe il Bene Comune?
Le rivoluzioni non scoppiano e il problema è nella natura umana delle persone. Perché, quando le cose non vanno come vorremmo, siamo sempre pronti a dare la colpa agli altri, senza prenderci le nostre sacrosante responsabilità; dalle piccole cose di tutti i giorni, alle grandi decisioni. Perché sempre meno persone si prodigano per il prossimo, nessuno più sposa ideali altrui, tutti vogliono essere “di più” di altri.
Le rivoluzioni non scoppiano perché siamo rimbecilliti davanti la tv, le play station, dietro a partite di calcio tutti i giorni a tutte le ore e perché, bene o male, ci sediamo a tavola ad abbiamo sempre un bel piatto di pasta fumante in cui far perdere qualsiasi, anche lontana, voglia di Rivoluzione.
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