Archivio

Articoli taggati ‘blog’

La cecità politica, stasi e “bene comune”

Politica che amoreggia

Politica che amoreggia

Sono stato, di recente, ad un Incontro Nazionale di un Partito politico italiano che, seppur non rientri tra i maggiori due, ovvero i più votati (quello di destra e quello di sinistra), alle ultime votazioni ha preso una buona percentuale di voti. Non avendo la tessera di questo Partito e – con giudizio critico – non approvando parte della loro “filosofia politica” e apprezzando diverse altre loro posizioni, ci sono andato da omino curioso, da semplice cittadino che sono ma, più che altro, come “doveroso” necessario conoscitore di qualcosa che mi riguarda da molto vicino, ovvero il mio Paese.

Dunque, ero curioso di sapere quello che questo Partito ha da dire, i progetti che ha per il futuro, le direzioni politiche che vuole intraprendere e perseguire nei prossimi mesi che, in Italia, per via delle crisi economica e delle tante riforme necessarie, saranno “cruciali”. Ci sono andato per conoscere in cosa ero d’accordo e, quindi, cosa avrei cercato di aiutare e diffondere, e conoscere in cosa ero in disaccordo, per cui mi sarei speso per non far accadere. Ci sono andato con la stessa identica e pura curiosità che avevo quando partecipai ad altri incontri politici di altri Partiti ai quali andai, immaginate un po’, sempre da “doveroso” curioso, da semplice cittadino che sono e tutto il resto.

In questo ultimo Incontro Nazionale ho sentito cose buone e cose meno buone, proposte interessanti e proposte da buttare, aperture intelligenti verso altri partiti e chiusure bigotte. Ho sentito argomenti interessanti e altri meno, e di alcuni di questi, ho sentito pareri diversi che mi hanno aiutato a comprendere meglio un problema piuttosto che un altro, che mi hanno aiutato a intravedere, almeno secondo il mio modesto parere, una possibile soluzione piuttosto che un’altra. Sono riuscito ad avere una visione d’insieme migliore di quella che avevo prima, e anche solo per questo sono stato ripagato del tempo impiegato per una causa che reputo giusta: informarmi.

Ma devo dirvi la verità: mi sarei aspettato di vedere, in questo Incontro Nazionale, anche e soprattutto esponenti degli altri Partiti politici, e non capisco proprio il motivo di queste assenze, sia di politici nazionali, sia di politici locali. Mi chiedo questo: ad un politico di un qualsiasi Partito proprio non interessa sapere ciò che un altro Partito propone? Si esclude davvero a priori la possibilità di cooperare, almeno sui punti in comune e di interesse oggettivo per il Paese? Davvero succede questo? Non vorrei pensare – ma lo penso – che, ormai, i Partiti politici siano diventati come camere a tenuta stagna dove nulla entra e nulla esce, troppi chiusi nella loro “superbia politica”. La cecità politica, questa sì che sarebbe la vera morte della democrazia e, sicuramente come sta già accadendo, sarebbe la morte del tentativo del perseguimento del bene comune di cui abbiamo tanto bisogno. Proprio non capisco perché una cosa buona, proposta da una parte politica e riconosciuta oggettivamente – ma in assoluto silenzio – buona dalle altre parti politiche, non debba essere, chiaramente, appoggiata da tutti. Non succede mai. Questo non succede perché un Partito non riconoscerebbe mai a poi mai ottime intuizioni e buone proposte fatta da un altro Partito, forse per invidia, forse perché in questo modo rafforzerebbe il potere politico dell’altro Partito e non del proprio, forse per “superbia politica” che, se da una parte aumenta il valore politico di apparenza ma non di sostanza, tanto danneggia gli strati “bassi” dello Stato, ovvero noi cittadini.

Ho sempre pensato che la libertà che abbiamo non sia una vera libertà. Forse è solo una libertà apparente che ci permette di scegliere tra le poche cose che ci vengono imposte e questa, io, non la chiamo affatto libertà. Se io, come libero cittadino, sono costretto a scegliere solo tra due o tre realtà politiche che non comunicano, che non interagiscono in modo costruttivo tra loro per stupidità e superbia, o interagiscono solo per litigare, allora non mi sento libero. La chiamo solo “cecità politica” molto distante da quello che, davvero, servirebbe al nostro Paese.

La Rivoluzione che non si può fare

settembre 16, 2009 6 commenti

di Roberto De Ficis

Dunque, tu mi chiedi cosa penso. Ti dico, prima di tutto, che io sono felice di pensare. Quel che io penso è pensiero soggettivo, intoccabile, come per ognuno di noi. Se è giusto o sbagliato, quel che penso, sarà pensiero tuo, soggettivo, sacro, intoccabile. Ho il cervello in ordine, per fortuna, e posso pensare. Ho gambe e braccia “tutto bene”, cuore che batte, polmoni in forma e tutto il resto è ok, e posso vivere.

Dunque, mi chiedi cosa penso in questo momento. E io, piacevolmente e grato per l’occasione, ti rispondo. Penso che, se cammino per le strade delle città o del mio paese, se navigo su internet, se ascolto musica, i testi delle canzoni o se mi trovo a parlare con qualcuno posso dire – ed esserne certo – che sono in molti a gridare: “Rivoluzione! Rivoluzione! Ri-vo-lu-zio-ne!”. C’è chi lo fa con il pugno stretto e alto, altri con il braccio ritto e lungo, a mano aperta. E sembrano gridarla, questa “voglia di Rivoluzione”, attraverso un mega-megafono che fa delle voce un suono metallico e freddo, uno di quelli in voga negli anni ’60/’70, come se le loro voci uscissero da una vecchia radio Phonola con cassa in radica, fine anni ’40. Con chitarre sulle spalle e spinelli nella bocca, alcuni, o con cravattine nere alla moda e capelli cortissimi, altri, tutti vogliono “fare la Rivoluzione”, e ci credono quando lo dicono, oddio quanto. Ma nessuno – e dico nessuno – stranamente, la fa davvero.

Ma che ne dici? Non sarebbe cosa buona e giusta, prima di tutto, schiarirci le idee e domandarci: ma cos’è la Rivoluzione? E, seconda cosa, capire perché nessuno la fa davvero?

La Rivoluzione – che vocabolo grandioso e fumante, lo senti? La Rivoluzione! - non è altro che lo sconvolgimento, o il tentato sconvolgimento, dell’assetto politico e sociale di uno Stato allo scopo di crearne uno nuovo di zecca (senza ricordi, senza recriminazioni, senza qualcosa-che-c’era-che-non-andava-bene), più adatto o più aderente a coloro che l’hanno voluto e fatto, lo Stato, intendo. Una Rivoluzione – se fatta come si deve – si basa sul semplice concetto della “distruzione-costruzione”. Nella “distruzione” – che mi piace di meno perché, spesso, include violenza – si verifica un’azione del basso tesa alla distruzione dello Stato (verso l’alto). Nella “costruzione” – che mi piace molto di più – invece, lo Stato viene ricostruito secondo i voleri “dal basso”, cambiando leggi, governo, esercito, ordine pubblico.

Per capire il motivo per il quale la Rivoluzione in paesi occidentali, pur essendoci ormai da decenni tutti i presupposti di scontento sociale, non si verifica, chiamerei in causa in questo articolo un filosofo, psicoanalista e docente universitario: Umberto Galimberti, e un religioso, presbitero e missionario italiano: Padre Alessandro (Alex) Zanotelli. Galimberti ci chiarisce il perché sia cosi difficile, di questi tempi, parlare in modo più “reale” di Rivoluzione. Padre Zanotelli, invece, affronta il problema principale che hanno i giovani nell’intraprendere davvero un’azione rivoluzionaria.

Umberto Galimberti
Umberto Galimberti

Galimberti, affrontando il problema, chiama in causa Marx. Marx ricordava agli operai che loro non erano affatto i soggetti della Storia. Ovvero, che gli operai non hanno mai fatto, neppur minimamente, la Storia. “Producete, producete, consumate e producete! Sgobbate, morite, state zitti e lavorate”. La Storia, fino a quel periodo, era sempre stata fatta dai “piani alti”, dagli Imperatori, dagli Eserciti, scritta unilateralmente dai “Padroni”, dai “Signori”. Marx, lo ricordiamo, incitava gli operai ad acquisire una coscienza di classe secondo la quale, attraverso scioperi lunghi e faticosi, bastonate e colpi di pistola, cariche della polizia e feriti e morti, potessero far valere le proprie ragioni. Scioperando, senza stipendi, gli operai avrebbero rischiato sì di morire di fame, ma avrebbero costretto la Storia ad accorgersi di loro. Il mondo si sarebbe accorto di loro, si sarebbe accorto della loro indispensabilità nel ciclo produttivo. Così è successo. La Rivoluzione ha dato i suoi frutti.

Ma la Storia insegna anche che i popoli hanno la memoria molto corta, troppo corta per valorizzare ciò che è stato, e si dimenticano del passato. La lotta di classe, ad esempio, è una cosa quasi completamente dimenticata dai più. Galimberti si pone, infatti, questa domanda: “Si può ricominciare?”. I fatti del ‘68 ci avevano illuso che era possibile ricominciare. La motivazione di base delle insurrezioni di quegli anni era la richiesta di maggiore libertà sociale (gonne più corte, più potere alle donne, sesso senza tabù, etc.) e di diminuzione dell’autorità sempre maggiore dei professori universitari, una lotto contro la sottomissione all’insegnamento. Motivazioni assai più “tenere” rispetto a quelle che, di questi tempi, i giovani potrebbero prendere come spunto per una Rivoluzione.

Quindi, la domanda principale è: “Perché oggi la Rivoluzione non scoppia?”. Galimberti continua dicendo che, nel rivoltoso ’68, c’era ancora una “dimensione umanistica”, ovvero c’era la possibilità di scontro tra due “volontà” ben distinte. E questo, forse, era un bene. Infatti, in quegl’anni, gli interessi dell’operaio erano diversi, opposti forse, da quelli del grande imprenditore; il signor Rossi o il signor Tal dei Tali si scontrava ogni giorno con il signor avvocato Agnelli. Questo contrasto era già stato definito da Hegel come rapporto Servo/Padrone. In fin dei conti, c’era terreno di scontro che, volendo o non volendo, portava ad un progresso comune. Oggi, sia il Servo (operaio) che il Padrone (imprenditore) sono dalla stessa parte. Paradossalmente non sono più contrapposti, vanno a braccetto. Tutto questo perché sopra di loro aleggia, come un uccello nero e aggressivo, quella che il filosofo Galimberti chiama “dimensione anonima”, ovvero il Mercato. Una dimensiona anonima che si completa con la tecnica finanziaria e gli investimenti, con le rincorse affannose al prestito, con l’ipotecarsi tutto per acquistare il superfluo, ipotecare figli e futuro, ipotecarsi anche le mutande. Il Mercato diventa, quindi, la “volontà” antagonista e intangibile sia del Servo che del Padrone. Ci si chiede, quindi, cos’è questo Mercato? Cos’è questo Nessuno? Data l’indecifrabilità di questo Nessuno, i giovani d’oggi non sanno con chi prendersela, rinunciano alla battaglia, abbandonano l’idea di Rivoluzione. Bivaccano e vegetano in una società che sembra ottima, ma che ottima non è affatto.

Padre Alex Zanotelli
Padre Alex Zanotelli

Padre Zanotelli, di questo Nessuno, prende in analisi l’aspetto finanziario. La Finanza, forse la madre di tutte le guerre, la tanto amata e odiata Finanza. Finanza, ovvero come gli Stati, le imprese locali e multinazionali, gli enti e le organizzazioni varie gestiscono i flussi monetari con il solo fine e interesse di massimizzare la propria soddisfazione. A tal proposito mi viene in mente la famosa frase presa in prestito dal postulato fondamentale di Lavoisier – chimico, botanico, astronomo e matematico – che dice: “nulla si creanulla si distruggetutto si trasforma”. Se questo è vero, allora, se da una parte c’è qualcuno che massimizza in una certa quantità, ci sarà sicuramente qualcun’altro, da qualche altra parte che minimizzerà della stessa quantità. Ma se ammettiamo il caso che una massimizzazione di un investimento di un’azienda made in U.S.A. porti ad aumentare il valore di questa di dieci milioni di dollari, potremmo ipotizzare che, ad esempio un’azienda russa e una tedesca minimizzino, di conseguenza, di cinque milioni di dollari ognuna; sembrerebbe filare come discorso e non sarebbe poi così male, ci saranno altre massimizzazioni che riporterebbero equilibrio. Ma se, a fronte di questa massimizzazione americana, che ricordo che è di dieci milioni di dollari, ci fosse una minimizzazione nelle casse statali del Guinea Bissau? Sapete cosa si può fare con dieci milioni di dollari in Guinea Bissau? Se sempre più spesso questa massimizzazioni occidentali portassero continue e sempre maggiori minimizzazioni in paesi in via di sviluppo, non-occidentali, non-civili, non-mercato-dipendenti, non-cinici, non-reddito-massimizzanti? Cosa succederebbe? Che equilibrio si avrebbe? O meglio, sarebbe possibile recuperare questo attuale e inquietante disequilibrio? Lavoisier che bel casino che hai combinato! Hai visto? E adesso chi glielo spiega che non è tutto come si pensa? Glielo spieghi tu che non è poi così vero che massimizzare, a livello finanziario, porti solo benefici a tutta la comunità? Lavoisier non potevi starti zitto? Lavoisier, non potevi fare il politico?

Wall Street

Wall Street

Padre Zanottelli sottolinea che “siamo entrati nel secolo della Finanza”, ed è per questo motivo che accusa che fino a ieri i poveri venivano, almeno, “usati” come manodopera a basso prezzo e che oggi non servono praticamente a nulla, che la società li vede solo come un peso sociale. Analizzando il mondo dal punto di vista finanziario, Zanotelli, porta in esame un dato secondo cui tutta la ricchezza finanziaria mondiale è nelle mani di 300/400 famiglie (personalmente aggiungerei anche che quasi tutte si trovano nel nord ricco del Pianeta e che anche il Vaticano è tra queste “famiglie”). In pratica, sono queste famiglie che hanno il “potere di decidere”, sono queste famiglie che hanno il vero governo del mondo, e non decidono di certo attraverso i vari governi nazionali, ma decidono attraverso tre grandi organismi internazionali, che li possiamo immaginare come simili a tentacoli del Potere, lunghi-lunghi: La Banca Mondiale, il Fondo Monetario e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Padre Zanotelli, ammonisce ricordando che “Dobbiamo renderci conto del fatto che non sono più i governi che decidono, ma sono le forze economiche finanziarie mondiali che decidono”.

Con questi presupposti, sia con quello di Galimberti che con quello di Padre Zanotelli, una domanda diventa obbligatoria: avrebbe senso una rivoluzione in un qualsiasi paese (ad esempio l’Italia) se, praticamente, le decisioni che ne creano i presupposti vengono prese altrove? Già questo basterebbe per capire lo stato delle cose e intuire le difficoltà nel “fare una Rivoluzione”. Contro chi la facciamo questa benedetta Rivoluzione? Contro il Mercato intangibile? Contro i tassi di interesse? Contro i cali di produzione? Contro cosa?

(Piccola noticina scomoda: non so se mi facciano più pena che tenerezza i politici, specialmente la maggior parte dei politici locali, oppure quelli che appoggiano questi  politici e che pensano che fanno un’ottima scelta solo perché a favore di un “grosso nome” in città e che questo sia come fare una Rivoluzione: “Io sto con tizio perché è l’uomo giusto per la città” e “io, invece, sto con Caio perché non se ne può più di Tizio (solo perché ‘è di questa Destra’ o ‘è di questa sinistra’)”, e “io sto con… ma sì, dai, sto con Sempronio perché sì, e basta!”. Son quelli che pensano che far cadere un Consiglio Comunale, che “spodestare” in Sindaco, per poi ambire loro stessi alle stesse poltrone sia la giusta motivazione per sfiduciare un Consiglio Comunale o spodestare un Sindaco, che pensano che fare politica significhi imporre il ‘proprio’ sull’’altro’, ma non in base a idee, nossignore, l’importante è imporre il proprio sull’altro e basta, che se ne vada a farsi benedire il Bene Comune. E mi fanno anche tenerezza (o rabbia) quelle persone che dietro questi piccoli politici ci sbavano come fa un cane con un osso pien pieno di grasso e tenerume, che fanno campagne elettorali di appoggio a questi politici-candidati, badate bene, non per seguire e appoggiare ideali comuni, ma sperando di aiutare qualcuno ad arrivare nei “posti che contano” e che questo qualcuno possa, un giorno, contraccambiare. O per dire: “conosco l’assessore, ci penso io”, oppure “Il Sindaco? Mio grandissimo amico, non ti preoccupare che ci parlo io…”. Per questo motivo è palese che è più facile appoggiare e spingere un politico non per la sua onestà o per le sue capacità, ma per il suo livello alto di corruttibilità. Chi spingerebbe, dunque, un politico se un domani questo non ricambierebbe? La politica non è scambio. Il commercio sì, è scambio, ma la Politica, non lo è, o non lo dovrebbe essere. E questi omini vendute al Potere sono le stesse persone che le puoi vedere, ad elezioni concluse e a “posti che contano” occupati, aggirarsi con la coda tra le gambe tra i vicoli del paese, un po’ per vergogna, un po’ perché dimenticati da tutti e soprattutto dalle promesse che avevano ricevuto. Fine della noticina -  forse non troppo – scomoda).

Ma, tuttavia, andiamo oltre. E vediamo che ruolo hanno i governi nazionali in tutto questo. I governi nazionali hanno come obiettivo principale del loro operato non di certo il Bene Comune, come ci portano a credere (nuove strade, sanità efficienti, diminuzione degli sprechi, lotta alla corruzione, contrasto della criminalità organizzata, istruzione all’avanguardia, tecnologia alla portata di tutti etc.). L’obiettivo principale di un governo nazionale è il costante e forte impedimento alla nascita di qualsiasi tentativo di rivolta, in ogni campo, in ogni tempo; in poche parole: mantenere l’ordine.

Bien, come fa allora un governo nazionale ad adottare tutte quelle misure invisibili (ma che sono macigni) per mantenere l’ordine? Principalmente facendo sì che ogni cittadino sia costretto a fare vita a sé, che sia il più possibile lontano dalla aggregazioni e dalle possibilità di aggregarsi, dai luoghi di incontro sociale (e perché no, di scontro sociale), di ricezione e scambio di informazioni (una biblioteca, una libreria, un locale senza la musica così alta da non farti parlare, etc.). Ma lo fa, in modo più sostanziale, attraverso la limitazione e la regolamentazione della disponibilità di lavoro e, di conseguenza, della disponibilità del reddito. I governi sanno benissimo che il lavoro in “tranquillità”, stabile e sicuro, provocherebbe una libertà d’azione tale che il cittadino possa avere tempo e modo per ambire a costruire una società migliore (ma, lo sappiamo, lavorare 10 ore al giorno, aggiungere a queste due ore di viaggio in media per andare e tornare dal luogo di lavoro, non avere soldi per uscire per una pizza o per andare a ballare una volta a settimana causano solo i presupposti, nella maggior parte dei casi, per tornare a casa e andarsene a dormire, senza capire se il giornale che leggo è “di parte” oppure no, se il prezzo che pago per la benzina è giusto o è una truffa, se in ospedale mi curano bene oppure no, se mio figlio riceve una buona educazione nelle scuole pubbliche oppure no, se sono davvero libero oppure no, se sono davvero io quello che guardo allo specchio tutte le mattine oppure no, etc.). Ma fino a quando il lavoro non sarà un manifestazione di libertà dell’individuo, ma un atto di grazia da parte del Padrone, la libertà di agire resterà sempre una libertà vigilata.

Il secondo modo attraverso cui i governi mantengono ordine è il controllo dei mezzi di comunicazione di massa e, di conseguenza, attraverso il controllo sistematico della circolazione delle idee e delle informazioni. Infatti, si sa bene che le gente giudica positivamente o negativamente l’operato di un governo quasi esclusivamente attraverso le notizie alle quali può accedere (Giornali, Tv, internet, etc.). Infatti, ad esempio, chi di noi si va a consultare la Gazzetta Ufficiale e se la va a spulciare pagina per pagina per giudicare bene o male le leggi che giornalmente lo Stato emana? Quasi nessuno, direi. Solo chi è costretto dal lavoro che fa o da un hobby particolare lo fa. La conseguenza è chiara: basta diffondere solo alcune notizie (di comodo) e censurare (o cercare di farlo) tutte le altre e la popolazione governata penserà sempre di vivere in un paese civile, moderno, senza preoccupazioni. In uno Stato con la “s” maiuscola in cui vive una Società con la “s” maiuscola perché governata da una Politica con la “p” maiuscola.

Ma, oltre la regolamentazione del lavoro-reddito e il controllo dei mezzi di comunicazione, c’è un terzo modo di controllo dell’ordine, ed è quello che viene chiamato “Antistato”, ovvero l’uso delle organizzazioni criminali. Secondo questa pratica è lo Stato stesso – udite, udite – che promuove e diffonde l’uso delle droghe tra i giovani. Perché proprio tra i giovani? Semplice, qual è la fascia di età poco propensa ad accettare questo immobilismo sociale? La fascia giovane, ovviamente. Ahimè, non sono mai gli ottantenni a guidare le rivoluzioni. I governi sanno benissimo che, sia dal punto di vista fisico che da quello psichico, la droga, distrugge – letteralmente distrugge – un giovane, lo polverizza socialmente, lo toglie di mezzo, lo rende inoffensivo, inutile. Ma, soprattutto, l’uso della droga dà, di per sé, l’illusione di vivere già in un mondo perfetto, il che annullerebbe – di fatto – qualsiasi necessità e bisogno di volerlo migliorare.

(Nota stupefacente: se guardiamo gli ultimi venti anni della storia italiana, ci accorgiamo di questa pratica; Ci provarono prima con l’eroina, ma i risultati erano davvero troppo devastanti-evidenti da far abortire il progetto, si sarebbe scoperto tutto! Qualche anno dopo, arrivando ai nostri giorni, hanno trovato una soluzione. Ci hanno fatto vedere in Tv che usare cocaina e partecipare alle festicciole era “IN”, era “alla moda”, ci faceva belli tra i belli. Che usare cocaina non era tanto poi così sbagliato. Prima era la droga dei vip, adesso basta girare l’angolo per trovare qualcuno che te la vende o qualcuno che ne fa uso – l’impiegato, il commerciante, l’operaio, la commessa, lo studente, il disoccupato, lo sportivo, il prete, etc. -, ed è meglio non andare a vedere cosa succede nelle discoteche, andremmo tutti in ecstasy! Fine della nota stupefacente).

Ultimo punto nodale attraverso cui lo Stato controlla l’ordine è dando la percezione della sostanziale compattezza del sistema politico. Si procede cosi all’abolizione la diversità dei partiti (chi di noi non è tentato di dire davanti al seggio: “tanto sono tutti uguali”, …, etc.?). Inganniamo noi stessi, non credendo che, ormai (anche in Italia), la maggioranza e l’opposizione hanno sempre concordato tutto, hanno sempre deciso prima come e in che misura spartirsi la torta dei nostri diritti, delle nostre ricchezze, la nostra libertà. Tranne quando una parte non prende il sopravvento sull’altra sfociando nell’Assolutismo. Dato per assunto che, in un paese civile, non è possibile neppure affidarsi alle opposizioni per contrastare lo strapotere delle maggioranze (dato che sono la stessa cosa) al povero cittadino resta solo da accettare che: il Potere è invulnerabile e il Potere, quando è troppo forte, scoraggia qualsiasi tentativo di Rivoluzione.

Ora non sono io a dare una soluzione, non ne sono davvero in grado. Posso solo dire che sarebbe necessario tornare a valorizzare l’aspetto morale e umano della nostra civiltà-società. Le rivoluzioni non scoppiano perché ognuno di noi pensa solo a se stesso, perché siamo ancora immobilizzati nella pratica di recepire informazioni e non siamo più abituati a chiederle e esigerle. Perché non riusciamo a discostarci ancora dalla  - ormai secolare – visione della società e della politica divisa in destra e sinistra, dove obbligatoriamente caratteristiche proposte da una destra non possono e non devono essere condivise dalla sinistra o viceversa, anche se queste caratteristiche, oggettivamente, sarebbero utilmente condivisibili da entrambe. Non si pensa più alla trasversalità nella politica che porterebbe davvero al raggiungimento del Bene Comune. Penso davvero che è un vile affronto all’intelligenza umana dividere i pensieri di un uomo, dotato di tutta la sua meraviglia di creazione, in destra (e affini) e sinistra (e affini). Ma anche ammesso questo, se pensassimo una politica con le sembianze di un essere umano, un essere umano che ha due mani: la destra a la sinistra, potremmo immaginare la destra plasmare la società con ideali di destra e con la sinistra plasmarla con ideali di sinistra. Quale migliore finalità se non quella di una sincera e duratura stretta di mano? Non ne guadagnerebbe il Bene Comune?

Le rivoluzioni non scoppiano e il problema è nella natura umana delle persone. Perché, quando le cose non vanno come vorremmo, siamo sempre pronti a dare la colpa agli altri, senza prenderci le nostre sacrosante responsabilità; dalle piccole cose di tutti i giorni, alle grandi decisioni. Perché sempre meno persone si prodigano per il prossimo, nessuno più sposa ideali altrui, tutti vogliono essere “di più” di altri.

Le rivoluzioni non scoppiano perché siamo rimbecilliti davanti la tv, le play station, dietro a partite di calcio tutti i giorni a tutte le ore e perché, bene o male, ci sediamo a tavola ad abbiamo sempre un bel piatto di pasta fumante in cui far perdere qualsiasi, anche lontana, voglia di Rivoluzione.

Certi ambienti cominciano a ‘tremare’: la Libertà del Dire

giugno 30, 2009 3 commenti

megafono_apertura_aCerti ambienti, che spesso si trovano in grandi stanze affrescate, in enormi palazzi case-della-politica, dove si prendono decisioni importanti per il Paese, cominciano a tremare. Per anni, per non dire decenni, in questi ambienti si è sempre deciso cosa fosse bene e cosa fosse male. Come se, le persone che li abitano, spesso grassi e con il fondoschiena che non entra più nelle poltrone di velluto, avessero davvero un’infallibilità divina, come se fossero degli Dei scesi in Terra per dare direttive ad una razza umana a loro inferiore  (il Popolo) che deve, per obbligo, camminare a testa china e che non si deve azzardare a parlare, pena l’emarginazione sociale (Forza, predentelo! Quello è un Comunista, quello è un Fascista, quello è un omosessuale, quello è un figlio di Allah, quello è un disoccupato, quello non è altro che uno snob, quello ha la pelle troppo chiara, quell’altro ha la pelle troppo scura, quello viene qui con un barcone superaffollato, quello porta i soldi in Svizzera, quello è incorruttibile-lascialo-stare, quella è una-brava-persona, quello è onesto, quello ha troppa dignità, etc.).

In certi ambienti, le persone si alzano in piedi, impongono in alto il loro indice e dicono: “Questo si può fare, questo no! Questo si può dire, questo no! Così ti puoi vestire, così, no! Così ti puoi muovere, così no! Tu stai bene, tu no! Tu mi piaci, tu, invece, no!”. Poi si risiedono, soddisfatti e gonfi-tronfi, pensando che così abbiano fatto il loro dovere, dovere-potere. Potere.

Se mettessimo in discussione per un attimo, ed è lecito farlo, l’infallibilità di certi ambienti, daremmo il vero valore alla libertà di espressione, come necessità per ogni società democratica. Infatti, se pensassimo per assurdo, che società sarebbe se certi ambienti ascoltassero davvero i suggerimenti dal basso? (scusate se uso ‘dal basso’ ma è solo per distinguere il Popolo dalla Politica, sigh!). Che società sarebbe se la Politica, invece che mirare ad un certo conformismo di pensiero, accettasse opinioni contrastanti e, da queste, modificasse le proprie idee, migliorandole? Che società sarebbe se la Politica fosse davvero umile?

sovranoNei secoli passati il Re, il Monarca, il Sire, il principe sovrano, chiamatelo un po’ come vi pare, aveva il Diritto Divino, in base al quale aveva nella mani il Potere secondo la volontà di Dio, direttamente da Dio, cioè era stato Dio direttamente a darglielo (ma ci pensate che onore?), come se fosse unto dal Signore (!). Infatti, come simbolo di questa dottrina, ricordiamo, magari in qualche film o in qualche rappresentazione teatrale, come l’arcivescovo di Canterbury consacrava con l’olio santo e incoronava il monarca britannico ordinando alla monarchia. Di conseguenza, se il Popolo, se il Parlamento o se l’Aristocrazia fosse andata contro i suoi voleri, sarebbe stato come andare contro la volontà di Dio. Ecco, per fortuna si sta parlando del Medioevo, la società moderna ne ha fatti di progressi, ne ha fatti eccome! Ora nessuno si sogna di dire di essere un Re, di governare il suo Regno, tantomeno di essere ‘unto da Signore’ (!), sarebbe una cosa su cui ridere, sarebbe così lontana nel tempo che, a parte la comicità, la gag, non avrebbe nulla di serio. Perché la Politica è una cosa importante, è una cosa seria, davvero indispensabile in un paese democratico.

Ma torniamo a monte. Perché certi ambienti cominciano a tremare? Prima tutte le informazioni che circolavano in un Paese passavano in canali ben stabiliti. Bastava controllare quelli per far si che qualsiasi pensiero, qualsiasi opinione, passasse sotto il torchio e venisse conformata, che acquistasse le sembianze di qualcosa che andava bene per tutti e specialmente per il Potere. E che, se il messaggio avesse detto qualcosa contro il Potere, lo avrebbe dovuto dire in modo giusto e conformato, così da giustificare e evidenziare che non esiste un assolutismo perché si possono dire anche cose contro. Il conformismo è uno dei cancri maggiori della società. Capisco che l’animale fuori dal branco si senta solo, che stare insieme ad altri suoi simili dia tanta sicurezza, ma la storia, il rinnovamento, si fa quando il lupo, l’orso, la gazzella, il bisonte, il cane, lo gnu, il delfino tursiope, la capra domestica, il procione, la volpe rossa, la giraffa, il gorilla e, infine, l’uomo escono fuori dal mucchio, dal branco, abbandonano il conformismo, e segnano nuove strade, nuovi sentieri, nuovi modi di intendere l’esistenza, a costo di prendere una via sbagliata e morire di fame, ma lo fanno.

web_advertisingIl controllo delle informazioni, dei messaggi, per certi ambienti adesso comincia ad essere più difficile, per questo motivo, certi ambienti, tremano. Per loro, adesso, è necessario controllare, oltre che i cavi del telefono, i giornali e i programmi TV, anche le linee dei cellulari, i blog, i bloggers, le community, le chat. Ogni giorno i modi per comunicare diventano maggiori, per fortuna, sono voci sempre nuove. Credo che la libertà di espressione si giochi proprio qui, sul sottile filo che divide la vera libertà di espressione, quella che abbiamo ancora, dal controllo che il Potere fa in modo sempre più preciso sulle nuove tecnologie di comunicazione. Cioè sulla libertà che sembra ci concedano, ma solo per controllare e supervisionare quello che diciamo, come lo diciamo e perché lo diciamo.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.