intervista a Hermes Pittelli

Punta Aderci (Vasto - Chieti)
La prima volta che incontrai Hermes Pittelli, giornalista residente a Roma, eravamo a Vasto (Chieti), e lui da poco aveva conosciuto la cittadina. Restò, mi ricordo, piacevolmente ammaliato dalle spiagge di sabbia finissima o di sassi, dalle scogliere al Nord di Punta Aderci, dalla spiaggia della Libertina, dalla selvaggia Mottagrossa, dall’entroterra con le colline del Vastese, dai filari d’uva e dalle piante d’ulivo, dai prodotti tipici e la buona cucina della costa adriatica. Si tratta di circa cinque anni fa, ma mi sembra, in verità, da molto più tempo.
Mi sembrò subito una persona affabile, molto gentile nei modi. Una persona con cui poter parlare tanto e bene, in modo pacifico e fruttuoso. Una persona che, come poche, ha ancora a cuore l’etica, sia nella vita personale come nel suo lavoro. Ne nacque un’amicizia che dura tutt’ora.
Per questo motivo ho deciso che sarebbe stato interessante porgli qualche domanda su di un argomento che, ultimamente, lo sta coinvolgendo molto e che a me sembra degno di rilevanza: la petrolizzazione e la difesa dell’ambiente in Abruzzo. Argomentazioni, purtroppo, di difficile accesso. Spesso censurate drasticamente dai mass-media. Hermes nei suoi articoli, tira fuori giustamente la grinta e gli artigli per onorare quella ‘cronaca obiettiva’ slegata da affarismi e politica che ormai sembra sempre più lontana dagli obiettivi di molti giornalisti d’oggi.
Spero che questa intervista possa dare informazioni in più alla collettività per meglio delineare il problema del nostro territorio e le possibili soluzioni.

Hermes Pittelli, giornalista
Hermes Pittelli, friulano di nascita, romano di adozione. Giornalista professionista, (dopo aver fatto la gavetta nelle redazioni di mezzo Friuli) ha scritto per anni sul quotidiano on line RomaOne.it (tra l’altro, inviato speciale al G8 di Genova e al Forum sociale europeo di Firenze); attualmente free lance, per evitare censure e imposizioni ha aperto un blog (pensierosuperficiale.ilcannocchiale.it) nel quale tratta soprattutto temi legati all’inquinamento dell’ambiente da parte delle industrie multinazionali; e della società italiana da parte dell’attuale classe politica.
1. Da anni vivi e lavori a Roma. Come mai hai preso così a cuore il “problema petrolio” in Abruzzo?
Il problema petrolio in Abruzzo è solo una delle molte facce di una deriva che rischia di travolgere il Paese. Deriva che affonda le radici in quel nodo gordiano inestricabile della commistione tra politica, affarismo senza scrupoli e criminalità organizzata. L’Abruzzo con il petrolio è solo un ‘laboratorio’, esattamente come il caso Campania è stato creato ad arte per favorire il business degli inceneritori. Tra 10/15 anni le fonti fossili saranno esaurite a livello mondiale, ma la cricca politicante, in combutta con gli amici dei consigli d’amministrazione di certe multinazionali (un nome a caso: Eni), sta tentando di trarre il maggior profitto economico, ‘pro domo sua’, spacciando per modernità e progresso strategie energetiche ed economiche suicide. Non c’è alcuna ricaduta benefica per la comunità, né a livello economico (le bollette più care d’Europa), né a livello di tutela della salute e dell’ambiente (in Italia registriamo un terribile boom di tumori, soprattutto infantili, con un aumento doppio rispetto al resto d’Europa e degli Stati Uniti).
Amo l’Abruzzo per ragioni ‘sentimentali’. E’ una terra meravigliosa, benedetta da tesori inestimabili di biodiversità, che percepisco affine al ‘mio’ Friuli, anche in certi aspetti caratteriali dei suoi abitanti. Poi amo l’Italia, nonostante tutto, e vorrei vedere finalmente una classe politica che lavora davvero per la prosperità sociale, civica, culturale, economica dell’ex Belpaese.

Concessione presenti e future (fonte WWF)
2. Ho potuto vedere una mappa con i pozzi presenti e futuri in territorio abruzzese. Come ti spieghi il fatto che, da una parte, la politica regionale ci assicura che in Abruzzo non ci saranno nuovi pozzi petroliferi mentre, dall’altra, il 50% del territorio abruzzese è stato recentemente destinato ad attività di tipo minerario e sono già presenti nuovi pozzi esplorativi e i metanodotti aumentano? Dov’è la verità?
Il concetto di verità in Italia ha subito una mutazione… genetica. Molte menzogne ripetute all’infinito, con la complicità di media asserviti e compiacenti, si trasformano in una verità di comodo, che può essere smentita o rivestita con abiti nuovi a seconda delle necessità. In Abruzzo il presidente Gianni Chiodi sostiene, a voce, che le concessioni, sempre più numerose, accordate dal ministero dello Sviluppo e delle Attività produttive alle compagnie petrolifere (italiane e straniere) non si trasformeranno in pozzi estrattivi. Ma non compie nessun passo ufficiale e, soprattutto, non spiega su quali elementi poggi la sua convinzione. Continua a ripetere come un mantra che tra 10 anni (curioso lasso temporale, equivalente al tempo di esaurimento degli idrocarburi) non resterà traccia di quei pozzi potenziali. Intanto i pozzi già scavati in Abruzzo sono circa 700 e solo nell’ultimo anno, qui non si tratta di strumentalizzazioni ideologiche, le piattaforme visibili ad occhio nudo dalla costa vastese (così vicine da poterci arrivare a nuoto) sono diventate 29 e l’inquinamento marino, dopo soli tre mesi di attività, dal livello basso si è innalzato fino a medio. Tra 10 anni sarà tardi, non ci saranno più pozzi perché sarà finito il petrolio. Ma questa follia va fermata ora, perché tra 10 anni la ex regione più verde d’Europa sarà totalmente distrutta dall’inquinamento. Gli scettici chiedano informazioni alla Basilicata…Una realtà terribile per toccare con mano quale spada di Damocle incomba sull’Abruzzo.
3. D: Pensi che la comunità abruzzese sia ben informata rispetto al possibile futuro binomio petrolio/Abruzzo?
No, senza ombra di dubbio. Gli amministratori locali sono, nella migliore delle ipotesi, ‘timidi’. Per non parlare degli imprenditori abruzzesi coinvolti in questo business che hanno tutto l’interesse a sostenere la petrolizzazione nel silenzio e nella disinformazione più totali. Durante una conferenza della Professoressa D’Orsogna in Valvibrata, un sindaco, in campagna elettorale, ha partecipato all’evento, ma ha avuto la faccia tosta di proclamare che è necessario trovare ‘un compromesso’ tra tutela della salute e dell’ambiente e sviluppo economico. Ecco la parola magica del politicume italico: compromesso. Una dimostrazione che l’Italia è regredita alla filosofia degli anni maramaldi del Pentapartito e del mono-duopolio democristiano/socialista; gli anni che hanno trascinato il Paese sul baratro odierno. Senza una seria programmazione strategica che abbia quali cardini il bene comune, la salute dei cittadini, il rigoroso rispetto per l’integrità dell’ambiente, non si può ipocritamente straparlare di ‘sviluppo’ e ‘progresso’. Gli abruzzesi non sanno, ma molto spesso per ignavia e pigrizia fingono di non sapere. Ma la sabbia nella clessidra sta per esaurirsi: dal I gennaio 2010 la moratoria sulle attività estrattive voluta dal vilipeso governo Prodi scadrà e le compagnie del petrolio (che fino ad oggi non sono rimaste certo inerti) si scateneranno senza più freni ‘inibitori’ di sorta.
4. Hai parlato di ‘sviluppo’ e ‘progresso’. Come applicheresti i concetti di ‘sviluppo’ e ‘progresso’ parlando di Abruzzo? O meglio, cosa faresti se tu avessi il potere politico per ‘dare una direzione’?
Mamma mia, che responsabilità! Roberto, mi vuoi ‘inguaiare’. Credo sia saggio cominciare a rendersi conto che sviluppo economico e industriale non è sinonimo di progresso, almeno non sul piano umano, culturale, sociale e civile. Noi siamo schiavi di un concetto, il fantomatico e famigerato Pil (prodotto interno lordo), che soprattutto dagli anni 70/80 in poi furbi industriali, banchieri e finanzieri – con la collaborazione interessata e remunerata di politici e governanti – hanno imposto a livello mondiale come unico parametro per valutare il presunto benessere di un Paese. Una corbelleria, una falsità che guarda caso si concretizza con la ricchezza economica dei pochi a danno delle tasche, della salute e perfino delle libertà civili e sociali della maggioranza dei cittadini ‘semplici’. Eppure proprio dagli anni 70 è cominciata la presa di coscienza e il tentativo di aprire gli occhi alla gente da parte di menti illuminate come Pasolini, per citare una vera figura di spicco in Italia e che delle sorti italiche aveva già previsto tutto, o Serge Latouche in Francia. Il filosofo transalpino sostiene da decenni la follia dell’aumento costante e acefalo della produzione. La produzione di merci di ogni tipo, anche e soprattutto le più inutili, moltiplicata con escalation geometrica si trasforma in una distruzione inevitabile delle risorse naturali e dell’ambiente: noi stiamo avvelenando e distruggendo l’unico pianeta sul quale possiamo vivere per incrementare i conti bancari di 300/400 famiglie a livello mondiale! In Italia Maurizio Pallante ispirandosi proprio a Latouche propone da anni un nuovo modello di sviluppo basato – uh che eresia! – sulla ‘decrescita felice’. Meno Pil, meno merci, più natura, più ‘andamento lento, più cultura, più dialoghi e riflessioni, più prodotti biodinamici con cui nutrirsi. Come abbiamo potuto uniformarci al diktat “Vivere per produrre”, senza capire che la produzione ha senso e legalità solo se serve a vivere, a vivere con dignità e pace sociale?
Non voglio eludere la parte scomoda della domanda: se fossi ‘investito’ non di ‘potere’, ma di ‘responsabilità’ politica cercherei prima di tutto di chiarire ai miei concittadini i cardini fondamentali e non barattabili delle mie future azioni. Oggi, anche nella presunta opposizione, assistiamo a teatrini autoreferenziali, il cui unico vero obiettivo è la conservazione perpetua del ‘potere’ – questo sì – con cui l’attuale classe politica italiana si è fabbricata un residence incantato di privilegi illimitati e illegali e zero doveri. Come stella polare vorrei davvero il Bene Comune che in un Paese come l’Italia dovrebbe passare dal continuo progresso e dalla tutela assoluta di paesaggio, cioé l’ambiente, patrimonio storico, artistico e culturale. Ma non sono poi così originale, è scritto nell’articolo 9 della nostra stupenda Costituzione. Dovremmo tutti leggerla, impararla a memoria e difenderla prima che qualcuno la distrugga o la dichiari abolita per decreto legge deciso da qualche imprecisata maggioranza popolare…
Per cui in Abruzzo, considerate le peculiarità della regione, potenzierei a dismisura gli investimenti per la tutela degli ecosistemi, con una strategia energetica basata sulle fonti rinnovabili, quelle vere, che tra l’altro – basterebbe informare i cittadini correttamente – in tutto il mondo stanno creando nuove possibilità di lavoro; e poi certo arte cultura enogastronomia, tutti ‘comparti’ che non solo renderebbero l’Abruzzo una sorta di eden europeo, ma continuerebbero a fornire posti di lavoro: con il valore aggiunto e l’orgoglio di contribuire a rendere la propria terra un esempio di sana amministrazione e, finalmente, di autentici ‘sviluppo’ e ‘progresso’.
5. D: Se ci sono, quali sono, secondo le tue ricerche, i danni alla salute che i processi di lavorazione del petrolio potrebbero portare nella nostra zona? In quali zona, materialmente, ci sarebbero maggiori danni?
Ottima domanda. Per fortuna, non cito ricerche personali, ricerche di un povero scriba italico, per definizione superficiale e ignorante. Sugli effetti nefasti dell’estrazione, della lavorazione e del trasporto del petrolio per salute e ambiente esistono ricerche scientifiche delle università californiane che già dalla prima metà degli anni ’70 hanno ampiamente dimostrato questa realtà. Ricerche ritenute valide e veritiere dall’Organizzazione mondiale della sanità, ma che in Italia, chissà perché, qualche pseudoscienziato, stranamente foraggiato dalle multinazionali inquinanti, mette in dubbio contro ogni evidenza. Tutto il territorio abruzzese è a rischio. I componenti chimici con formula segreta utilizzati per lubrificare le trivelle e i gas che si sprigionano forando la crosta terrestre per 5 o 6 chilometri di profondità sono tutti altamente tossici; responsabili di tumori, mutazioni genetiche, inquinamento del territorio, del mare, delle colture, delle falde acquifere. Non si tratta di scenari apocalittici, ma di dati certi: ribadisco, basta andare in Val d’Agri in Basilicata a verificare di persona gli effetti del ‘progresso’ legato al business petrolifero. O chiedere a chi vive – meglio, tenta di salvare la pelle - in Sicilia a Augusta, Priolo, Melilli o in Sardegna a Sarroch.

La professoressa D'Orsogna intervistata al Tg3
6. D: Come mai, secondo il tuo parere, la professoressa D’Orsogna, docente universitario in Fisica a Los Angeles e figura di così alta preparazione tecnica sulle problematiche di inquinamento derivante dal petrolio, in Italia, non viene quasi considerata (e spesso oltraggiata) mentre in California i suoi studi vengono presi in seria considerazione?
La Professoressa D’Orsogna è ignorata dalla politica abruzzese, ma in Brianza è stata accolta e ascoltata con attenzione, riconoscendo i suoi meriti di ricercatrice e scienziata di assoluto livello. In Brianza i cittadini si sono attivati e hanno convinto gli amministratori locali di ogni colore politico a lavorare uniti per conseguire il risultato del bene comune. In un solo mese, sono riusciti a respingere le trivelle della company australiana Po Valley che voleva trivellare il parco del Curone, un’idiozia clamorosa. La Professoressa D’Orsogna infastidisce le trame e i programmi di chi potrebbe ricavare lauti profitti dal business petrolifero in Abruzzo. Del resto in Italia, non da oggi, si parla ipocritamente di fuga di cervelli ma si programma, questo sì in modo ‘scientifico’, la demolizione di scuola, università, ricerca. Un popolo di individui ignoranti, disinformati, passivi, disgregati e impegnati in una perenne guerra tra poveri è più malleabile per chi vuole solo imporre decisioni dall’alto.
Basti pensare al vergognoso ostracismo che stanno subendo Antonietta Gatti e Stefano Montanari, scienziati di Modena e scopritori delle nanopatologie connesse alle letali nanoparticelle. Le loro ricerche si trovano a Cambridge, a Boston e sono state richieste dallo staff scientifico di Obama. Ma da noi, presunti accademici sobillati dalla politica, tentano di diffamarli e impedire loro di proseguire nelle ricerche. Forse perché tentano di aprire gli occhi agli italiani sulla pericolosità di inceneritori, centrali a turbogas, cementifici, industrie siderurgiche. Insomma, tutte quelle aziende care alla nostra furba, ma miope politica.
7. D: Perché la politica ci sembra sempre così distante? Perché è così difficile ottenere delle risposte chiare dai politici?
La politica non sembra distante, è distante. Dopo il clamore e la sollevazione popolare, già dimenticata da troppi italiani – dove sono oggi quelli che assediavano Craxi lanciandogli le monetine da 100 e 200 lire e che adesso lo riconoscono grande statista e vorrebbero intitolargli vie, piazze, scuole? – ai tempi di tangentopoli (1992, mica secoli fa), la classe politica indistintamente, senza eccezione di casacca o schieramento, si è chiusa a riccio per salvarsi, per salvare i propri inaccettabili, iniqui, incostituzionali privilegi. Grillo non mi piace, è un Masaniello troppo furbo, ma ha ragione quando sostiene che politici e amministratori della ‘res publica’ sono nostri dipendenti; sono i cittadini contribuenti i datori di lavoro di questi personaggi. Invece negli ultimi 15 anni, abbiamo assistito al varo di losche leggi e megadecretoni che hanno blindato contro ogni evenienza e turbolenza il residence incantato cui accennavo prima, con un unico obiettivo: non il bene del Paese, ma l’autoperpetuazione in eterno; compresi parenti, amici, amanti e clientes. Chissà perché in Italia abbiamo un debito pubblico che è simile ad un buco nero cosmico, ma la qualità dei servizi per i cittadini – servizi fondamentali quali sanità, scuola, università, previdenza sociale, trasporto pubblico – è scadente, sempre più scadente ogni giorno che passa.
8. Quindi pensi che sia anche un problema di mancanza di memoria storica?
Mancanza di memoria storica e di libera informazione. Non invento nulla. Purtroppo l’Italia si trova al 74° posto mondiale per la libertà di stampa, addirittura scavalcata da alcune dittature africane. La cultura sta per essere abbattuta dall’offensiva finale che l’attuale governo ha pianificato nei minimi dettagli. Da ventanni ‘grazie’ all’espansione sempre più invasiva della tv commerciale e alla colonizzazione truffaldina della Rai e della maggioranza del sistema mediatico italiano, assistiamo al triste e scoraggiante spettacolo di un Paese che crede di essere protagonista di un reality 24 ore su 24. L’80% degli italiani crede di ‘informarsi’ con quello che dice la tv, in ogni casa ci sono 2 o 3 apparecchi televisivi, anche nei quartieri più popolari dai balconi e dalle terrazze non spuntano più (o non solo) panni stesi e improvvisate fioriere, ma ‘mangrovie’ di antenne satellitari. In troppe abitazioni l’unica ‘voce’ – segnale di vita mi sembra inappropriato – è quella dello schermo tv perennemente acceso. Se provi a parlare con qualche migrante che arriva dal nord Africa, ma anche dall’Albania o dalla Romania ti racconta che ha scelto l’Italia perché vedendo i canali italiani si era illuso di sbarcare in nuovo Eldorado. Questi sono gli effetti perversi di un medium per sua natura ‘parziale’ e ‘ipnotizzante’, capace in mani sbagliate di distorcere e occultare i fatti e la realtà. Per dire, il presidente del consiglio ha proclamato che la ricostruzione post sisma all’Aquila e dintorni è un record mondiale. A parte il fatto che le casette in legno non sono vere abitazioni, ma qualche giornalista ha provato a rammentargli che tutti i centri storici sono ancora invasi dai detriti, che migliaia di persone trascorreranno l’inverno al freddo, che per esempio dopo il terremoto del Friuli e del Belice, quando non esistevano ancora Protezione civile e tutti gli strumenti tecnologici odierni, la ricostruzione, parziale, fu non solo più spedita ma reale e concreta e non con gli effetti speciali delle tv e i cartelli ‘governativi’ posticci sulle casette di legno acquistate grazie alla Croce Rossa e alla Provincia di Trento?
E poi, la scuola e l’università, come la ricerca scientifica sono anch’esse sottoposte ad un assalto mai così violento e deciso a non lasciare nemmeno le macerie; peggio di Attila! Del resto, hai visto cosa ha detto recentemente Brunetta, presunto ministro della Repubblica, a proposito della cultura e degli intellettuali, hai visto come con il ghigno tipico dei frustrati che vogliono distruggere quello che non comprendono (e da cui si sentono esclusi) abbia ammesso trionfante che la Carfagna e, soprattutto, la Gelmini stanno realizzando alla perfezione il ‘lavoro’ per cui sono state scelte.
9. D: E’ ancora così utile per l’Italia, e per l’Abruzzo in particolare, puntare sul petrolio?
No, credo di avere ampiamente spiegato perché. Del resto, se qualcuno ha un po’ di pazienza e buona volontà, può facilmente reperire in rete la documentazione scientifica che attesta l’inutilità e la pericolosità di incentrare tutto il proprio sistema energetico sulle fonti fossili. In California, a Los Angeles, il municipio ha varato l’ambizioso piano “2030: L.A. Zero Waste City”, la prima città al mondo senza munnezza e senza emissioni inquinanti. Lì gli amministratori lavorano, progettano, studiano insieme agli scienziati e si confrontano, quartiere per quartiere, con i cittadini. Chiedono addirittura (utopia per noi che non possiamo nemmeno sceglierci i candidati alle elezioni) come è più funzionale dipingere le strisce dei parcheggi stradali! O pensiamo alla vicina Germania, paese noto non certo per il suo sole caldo e abbondante, ma che puntando sulla fonte rinnovabile del fotovoltaico detiene il primato europeo di pannelli solari. In Italia, presunti ambientalisti discutono sull’estetica delle pale eoliche, la politica complica l’iter burocratico per la concessione degli impianti fotovoltaici ed eolici, il senato nega ‘per decreto’ la Verità del mutamento climatico a causa delle emissioni inquinanti, il ministro dell’Ambiente difende le industrie inquinanti dai paletti troppo severi del già modesto protocollo di Kyoto. Forse perché la famiglia del ministro ha qualche piccolo interesse nel polo petrolchimico di Siracusa, ma non facciamo illazioni ideologiche e strumentali…
10. D: Per l’Italia, il problema energetico e di dipendenza da altri paesi è un problema reale. Come credi lo si possa affrontare e risolvere, realisticamente intendo?
Oibò. L’Eni, grazie al suo glorioso fondatore Mattei, celebrato recentemente da una fiction tv, ha dalle origini condannato l’Italia alla dipendenza energetica da altri paesi. Del resto, basta notare le nostre anomale alleanze con lo ‘zar’ ex agente Kgb Putin e con il democratico dittatore libico Gheddafi. Il problema si risolve, perdonami il gioco di parole, affrontandolo. Le fonti rinnovabili non sono un’utopia, ma bisogna studiare, lavorare, progettare con rigore morale e culturale. Perfino gli scienziati cinesi hanno ammesso che le emissioni di CO2 sono responsabili di mutamenti climatici che potrebbero devastare il Pianeta; se andiamo avanti con la follia ultraliberista dello sfruttamento senza limiti e senza regole, tra 15 anni i ghiacciai del Tibet saranno completamente sciolti, con conseguenze facilmente immaginabili. Invece di continuare a blaterare di Pil, bisognerebbe cominciare a considerare la sobrietà degli stili di vita come un imperativo categorico, cominciare a considerare l’ambiente e le risorse naturali come ‘valori’ e non come ‘merci’. Valori da condividere con l’intera umanità.
Per tornare all’energia, mi sembra che l’Italia sia baciata dal sole, dai venti, dalle correnti marine. Cosa vogliamo di più?
Sorrido con amarezza quando sento qualcuno che chiede di considerare in modo ‘non pregiudizievole’ la possibilità di costruire centrali nucleari per liberarci dalla schiavitù energetica: le centrali verrebbero costruite con tecnologia straniera e poi la materia prima per farle funzionare – l’uranio, in esaurimento come il petrolio – dovremmo comunque acquistarlo a cifre astronomiche all’estero; per tacere dell’impatto ambientale con avvelenamento delle acque e produzione di scorie radioattive che non sapremmo dove e come smaltire. A meno di non ratificare i soliti accordi segreti con le mafie per inabissarli al largo delle nostre coste o in qualche povero paese africano…

Metropolis di Fritz Lang (1927)
11. D: In relazione a questo problema, Hermes, hai fiducia nel futuro e negli italiani? Nei politici come nei cittadini, intendo?
Non voglio passare per pessimista o disfattista, ma alla luce di quanto ho appurato ‘sul campo’ – ad esempio, la recente conferenza a Cupello sul futuro dell’Abruzzo nella quale il governatore Chiodi, spalleggiato dall’inaffondabile ex leone dc Remo Gaspari, ha eluso le domande dei cittadini, dei comitati civici e ambientalisti – per quanto riguarda la politica, rispondo ‘no’. Tra i cittadini, esistono per fortuna gruppi di persone che si informano e soprattutto agiscono. Abbiamo ormai dimenticato che essere cittadini non è sinonimo di sudditi; il cittadino deve recuperare il proprio ruolo di attore principale nella vita e nelle scelte della politica. Polis, in greco antico, significa ‘città’, ovvero il cuore delle attività umane. Abbiamo abbandonato all’oblio la consapevolezza che anche uscire di casa ogni mattina, salire su un mezzo pubblico, recarci al lavoro, intessere relazioni sociali è ‘politica’. Siamo ad uno snodo cruciale della nostra Storia: o qui, oggi ci riappropriamo del diritto/dovere di acculturarci, domandare, protestare, partecipare attivamente alla gestione del bene collettivo, o ci condanniamo da soli ad un futuro da automi, molto peggio degli schiavi del film Metropolis di Fritz Lang.
Peggio, diventeremo i criminali che negheranno il futuro ai propri figli: li lasceremo in balia di malattie letali e di una terra completamente contaminata da veleni.
12. Bene Hermes, ti ringrazio per il tuo contributo e, da abruzzese, ti aspetto nella nostra amata terra.
Grazie a Te, Roberto. Spero che questa nostra ‘oceanica’ chiacchierata possa magari stimolare qualche altro cittadino abruzzese ad informarsi sui pericoli che minacciano l’Abruzzo e cominciare ad agire, a reagire, a ‘riconquistarsi’ la bellezza della propria terra.
Registrato a Roma il 22/09/2009, ascoltato e trascritto
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