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Articoli taggati ‘società’

Nuovo presidente del Sudan: una donna?

Gli accordi di Pace di Nairobi firmati nel 2005 prevedevano in Sudan nel 2010, tra le altre importanti cose, anche le prime elezioni presidenziali libere dopo ventiquattro lunghi anni di dittatura. Un percorso democratico e di pace tanto sperato, ma che vedrà il suo risultato solo nel 2011 quando ci sarà, a completamento, un referendum per l’indipendenza del Sudan stesso.

Per una gran parte dei cittadini sudanesi adulti, il voto dell’11 aprile e’ una “strana” novità; per questo c’e’ un gran fermento e mobilitazione già dallo scorso novembre per l’iscrizione nei registri degli “aventi diritto”. C’e’ voglia di cambiamento, di partecipazione. C’e’ voglia di miglioramento.

E’ un appuntamento atteso anche per Fatima Ahmed Abdelmahmoud, sessantasei anni, leader del partito Unione Socialista e Democratica Sudanese, prima e unica candidata donna alle elezioni presidenziali. Date le condizioni politiche e la presenza di altri dieci candidati, le speranza di vittoria della Abdelmahmoud sono pressoché nulle, ma questo e’ un segno, un grande segnale, pregno di speranza, profumato di nuovo, un fiore sbucato nel terreno arido, forse.

Sono condizioni difficili, spesso sono circoli viziosi quelli che attanagliano i paesi africani. E’ necessaria pazienza e tenacia per giungere ad una vera emancipazione democratica e questa prima candidatura di una donna sudanese segna una svolta, un cambio di direzione verso un paese, lo si spera, più aperto, più democratico, anche se “democrazia”, nel paese più popoloso dell’Africa, e’ ancora una parola parecchio distante dalle realtà effettiva.

Nel frattempo in Darfur, zona più martoriata del Sudan, in vista di queste prossime elezioni, la tregua sembra tenere. Forse proprio dal mantenimento di questo stato di pace, anche dopo il risultato elettorale, in una zona continuamente tormentata, si potrà capire se questo cambio di rotta e’ duraturo o solo effimero.

Con speranza si attendono queste elezioni presidenziali, ma con un occhio già buttato in avanti, nel 2011, quando il referendum previsto per l’indipendenza sancirà o meno l’uscita da una condizione di stasi politica e di convivenza tesa e violenza che, ormai, dura da tempo incalcolabile.

Haiti: Il “terremoto” prima del terremoto

Come spesso accade, veniamo a conoscenza di gravi problemi solo quando si manifestano in modi spettacolari. Il 13 gennaio 2010 alle 12:14, ora locale, un fortissimo terremoto di magnitudo 7 devastata lo Stato di Haiti. In un istante, i riflettori di tutto il mondo si accendono sulla piccola isola del Mar dei Caraibi e immagini di distruzione e morte, attraverso una tivù sempre più cinica e affamata, entrano nelle nostre case. Tutti, nel mondo, si mobilitano. Gli Stati Uniti d’America, l’Europa, le varie organizzazioni umanitarie religiose e laiche; chi per veri motivi assistenziali, chi per pura motivazione di consenso politico, si manifesta pronto e solidale; anche il Papa si dimostra da subito partecipe e interessato a portar sollievo in questa strage che conta, da subito, più di centomila morti. Ma cosa succedeva, ad Haiti, prima di quel 13 gennaio 2010?

Amnesty International

Amnesty International

Secondo il Rapporto 2009 redatto da Amnesty International, e’ come se ci fosse già un terremoto in atto, silenzioso e logorante, che mieteva vittime giorno per giorno, ora per ora: un terremoto sociale che, di certo, non fa la stessa scena che fanno immagini di strade che ballano come elastici e case che collassano, e urla di persone, imbiancate dalla polvere, che corrono senza meta per la strada. Un terremoto sociale non e’ gradito alla TV, non e’ così vendibile, non fa così tanto audience. E’ un “terremoto” diverso, difficile da affrontare e risolvere.

Mappa di HaitiI problemi di Haiti erano (sono costretto a parlare al passato) tanti e gravi. La scarsità di cibo, unita alla disoccupazione dilagante e cronica, avevano portato la popolazione ad un livello di vita disumano. I prezzi erano aumentati, ma non gli stipendi (rarissimi) degli haitiani. Questa situazione ha direttamente coinvolto la condizione di vita dei bambini, sempre più malnutriti; organizzazioni presenti sul posto hanno dichiarato la morte per fame di molti di loro. Non esisteva alcun diritto alla salute: gli ospedali chiedevano tariffe elevate anche alle donne incinte. La condizione delle donne era ben lontana dalla decenza: non esistendo legislazione a difesa delle violenze sulle donne, erano sempre più spesso vittime di violenze e stupri, nella maggioranza dei casi avvenuti tra le mura domestiche. Spesso, donne e bambini, erano ridotti in schiavitù e vittime della tratta verso il confinante Stato di Santo Domingo. Anche il sistema giudiziario era carente: la maggioranza dei carcerati era in detenzione prolungata in attesa di giudizio. Le carceri erano sovraffollate a causa di mancanza di strutture adeguate e di personale. Si stimava che ogni prigioniero fosse costretto a vivere in 0.55 m2. Nonostante il perpetrarsi in passato di violazioni così palesi e gravi dei diritti umani, la maggior parte erano rimaste impunite.

E’ una sensazione strana, quella di dover parlare di un paese usando il tempo passato. Come se questo paese non ci fosse più. Ma il terremoto ha davvero distrutto tutto. Gli interventi sono stati, e sono tutt’ora, tanti; alcuni efficaci, altri meno. Ma cosa succederà quando i riflettori (come sta succedendo) si spegneranno di nuovo su Haiti? Il terremoto silenzioso inizierà di nuovo a far tremare la gente e la Tv sarà già lontana per udirlo.

Un augurio “diverso” (”Così stanno le cose” – 17°)

dicembre 24, 2009 1 commento

Scolari africani

Vorrei concludere questa rubrica, almeno per quest’anno, ringraziando e facendo gli auguri ai lettori che hanno avuto l’interesse nel seguirla e alla Redazione del Qui per lo spazio che mi e’ stato concesso. Spero che le tematiche trattate, lo riconosco a volte forse tristi e crude, siano state utili a migliorare i metri di confronto tra noi e quelli che, per diversi motivi, reputiamo – erroneamente – così “diversi” da noi.

Noi non siamo diversi, o almeno non abbiamo quelle diversità che istigano allo scontro. Siamo diversi nell’accezione più positiva del termine; siamo diversi perché l’unicità della persona è un valore inestimabile e che porta al miglioramento della comunità. Il mondo e’ progredito, fuggendo dalla stasi, perché siamo stati diversi ogni giorno rispetto al precedente.
La religione che divide è solo un appiglio per fare la guerra e nascondere i veri interessi della lotta, perché tutti sanno che il Dio, se ci si crede, è uno solo e basterebbe del semplice rispetto per l’“altro” per placare l’ira; ma, il petrolio e i mercati finanziari sono altre cose (!?) e lo sappiamo. Forse è proprio la “massimizzazione del reddito” che divide, è l’egoismo che divide, il protagonismo esasperato, la mancanza di voglia di comunità che divide, è il denaro che divide, l’arrivismo è che divide, la fama e la corsa al successo che divide, forse è la nostra rincorsa ad essere tutti uguali quella che divide di più.
Il mio pensiero e augurio di “forza e coraggio” va a tutti coloro che sono reputati “diversi” e che, in quest’accezione negativa, sono destinatari di continui attacchi personali e sociali; i disoccupati, i malati e i malati-dimenticati, gli omosessuali, i barboni della Stazione Centrale, “quei poveri del Sud del Mondo”, le donne-madri sole, le schiave dell’Africa, i bambini delle favelas, i rifugiati politici, gli analfabeti-forzati, gli immigrati e gli emigranti, le persone troppo sole, quelli che hanno freddo e quelli che muoiono di sete e potrei continuare a scrivere per un bel po’.
Perché, se loro stanno male e se li reputo uguali a me, non starò bene io fino a quando non farò tutto il possibile per loro ed è questo ciò che mi auguro di fare ogni giorno.

Sulla cava di sabbia a Punta Penna: cifre “discordanti”

Si attendono documenti ufficiali e chiarimenti dalla Regione Abruzzo

Punta Penna vista dal satellite

Punta Penna vista dal satellite

Sono costretto a ritornare – non so ancora se piacevolmente o meno – sull’argomento “Cava di Sabbia a Punta Penna” che ha, però, il pregio giornalistico di essere diventato, in pochi giorni, argomento di grande discussione tra i cittadini vastesi e non, ed è per questo che è estremamente necessario cercare di fare più chiarezza possibile sulla questione.

Mi piace ricordare che, sempre da questo blog, dissi che non era affatto giusto creare allarmismo, come non lo era minimizzare. Ma non credo che si crei allarmismo riportando per filo e per segno ciò che un documento regionale (con tanto di nomi e cognomi, ditte appaltatrici ed altro) evidenzia. Qui è possibile leggere il documento ufficiale della Regione Abruzzo.

Mappa della cava di sabbia a Punta Penna

Mappa della ipotetica cava a Punta Penna

Le questioni confuse e che sono da chiarire sono principalmente due: distanza della cava marina dalla spiaggia e profondità della cava. Non credo, ripeto, sia allarmismo riportare le cifre evidenziate dal documento che – con tanto di mappa – evidenzia la distanza della cava a massimo duecento metri dalla costa di Punta Penna (e non di diversi chilometri come altre fonti non ufficiali dicono) e la profondità di scavo – sempre dalla stesso documento – che riporta “un metro e mezzo” (e non venti centimetri come altre fonti non ufficiali dicono).

Parliamoci chiaro: io sarei il primo a tranquillizzarmi se un altro documento ufficiale, e ripeto ufficiale, e ripeto ancora e ancora ufficiale, smentisse ciò che è stato scritto nero su bianco sull’unico documento sul quale possiamo far riferimento (ricordo che questo documento è ufficiale ed è diffuso dalla regione Abruzzo). Sarei il primo a ritornare sui miei passi e scrivere che “per fortuna, cari amici, il documento su cui ci siamo basati, secondo quello che scrive l’ingegnere di competenza è ‘incompleto’ e ‘soggetto a revisione’”. Ma non penso proprio possa essere così, perché detto documento è stato oggetto di una Conferenza dei Servizi in cui Comuni e altri soggetti si sono dovuti opporre o non opporre, è un documento serio, mica sciocchezzuole. E non penso che si possano fare Conferenze di Servizi su documenti incompleti e soggetti a revisione. Ma, di politica amministrativa, sono ignorante come sono il capo degli ignoranti in geologia. Per questo motivo la conferenza di sabato scorso del prof. Stoppa mi è stata molto utile per capire meglio il problema. Avere un punto di vista tecnico e apolitico è basilare.

Il prof. Stoppa non è catastrofista ma, dall’alto della sua conoscenza scientifica, è realista, applica modelli scientifici, applica la scienza. Alla precisa domanda “Potrebbe essere la spiaggia di Punta Penna la restitutrice di questo materiale? [il materiale dragato dalla cava]”, il professore non conferma ma non esclude. Il fatto che non escluda è un elemento estremamente importante perché anche se ci fosse anche solo l’1% di possibilità di scenari non previsti, un progetto di cava di questo genere dovrebbe essere oggetto di grossa revisione. Per chi non avesse avuto modo di partecipare alla conferenza qui di seguito, per estrema chiarezza, potete ascoltare la versione integrale.

Video 1, Video 2, Video 3, Video 4
Proprio a causa di questi dati “contrastanti” il consigliere regionale Giuseppe Tagliente ha deciso di presentare al più presto una richiesta di chiarimenti in Consiglio Regionale allo scopo di fare chiarezza. Noi non possiamo fare altro che aspettare comunicazioni e documenti ufficiali e, personalmente, ringrazio tutti coloro (ambientalisti e non) che, con il proprio “rumore civile”, hanno fatto in modo di “scoperchiare” questa vicenda che seguiremo con “passione civile”.

No alla cava di sabbia a Punta Penna

Il Comune di Vasto dice “no” al progetto della Regione

Punta Penna vista dal satellite

La località di Punta Penna vista dal satellite

E’ notizia di oggi, apparsa sulla stampa regionale abruzzese e locale, che è in corso l’iter per il rilascio delle autorizzazioni necessarie per una cava di sabbia il località Punta Penna (Vasto). La cava, che dovrebbe sorgere nelle immediate vicinanze della nota spiaggia vastese, servirebbe per il ripascimento di altri lidi regionali alle prese con il problema dell’erosione marina.

Non è affatto una buona notizia, se si mette in conto che, secondo il progetto della Regione, sarà di circa un milione di metri cubi la quantità di sabbia che verrà prelevata dalla zona della Riserva Naturale e portata in altri luoghi dove il problema dell’erosione marina (Torino di Sangro, Casalbordino) sembra più importante della difesa di un territorio SIC (sito interesse comunitario) qual è quello adiacente Punta Penna.

Il sindaco di Vasto, Luciano Lapenna, che ha già informato sia la Capitaneria di Porto di Ortona che il Circomare di Vasto, ha espresso parere negativo, considerato il grande valore ambientalistico della zona prescelta.

La riserva naturale di Punta Aderci

Si spera che non sarà lasciato nulla di intentato per evitare questa scelta sciagurata. Non si capisce, infatti, per quale motivo, avendo a disposizione oltre 42 chilometri di costa abruzzese, sia stata scelta proprio una località limitrofa alla riserva di Punta Aderci che ha, inoltre, un grandissimo valore archeologico e turistico, oltre che ambientale che tutti conosciamo.

Petrolio Vs. Diritti Umani (”Così stanno le cose” – 14°)

Pozzi petroliferiSe prendessi un ipotetico Sig. Mario Rossi, di Roma, e dicessi che è stato – nell’ordine – pigliato nel suo letto mentre dormiva e malmenato, arrestato davanti alla sua famiglia, imprigionato nel carcere di Rebibbia, tenuto in isolamento per tre mesi a pane-acqua-calci-pugni-schiaffi, sistematicamente torturato, infine giustiziato senza far sapere nulla a nessuno e senza un processo regolare, direste che sto parlando di fantascienza e potrebbe essere la trama dell’ultimo film di Robert Zemeckis. Bene, trattandosi di Italia, forse sì, sarebbe fantascienza, per fortuna, e starei scrivendo cose insensate che non stanno né in cielo e neppure in terra. Ma se parlassi di Arabia Saudita, tutto prenderebbe una forma particolare, molto più reale e non sarebbe di certo un film.

Il governo del paese, infatti, nascondendosi dietro il pretesto della necessità di controllare la sicurezza nazionale contro il terrorismo e, soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre a New York, ha aumentato in modo impressionante gli abusi e le violazioni dei diritti umani. Questo comportamento incivile ha preso le sembianze di una vera e propria repressione dei dissidenti. Si ipotizza, senza la benché minima prova, l’esistenza di gruppi terroristici interni solo per colpire persone non allineate con il “pensiero governativo”. Sarebbe necessario, dunque, aumentare le pressioni sullo stato arabo da parte della Comunità Internazionale affinché la lega degli Stati Arabi riveda in fretta la Convenzione e modifichi i modi di repressione del terrorismo allineandosi alle norme internazionali che, anche se non in tutti i casi, cercano di seguire e rispettare la carta internazionale dei diritti dell’uomo.

Ma la cosa che fa più spavento è che la Comunità Internazionale poco o nulla può fare e questo a causa dell’enorme potere che l’Arabia Saudita ha nelle sue mani grazie al fatto di essere il maggior produttore di petrolio. La Comunità Internazionale non riesce nemmeno a conoscerli, figuriamoci ad opporsi agli abusi del governo arabo che risulta tutt’ora “intoccabile”, oltre che per motivi petroliferi anche perché, dato il suo enorme patrimonio economico, ricopre un ruolo strategico di partenariato commerciale a livello globale e questo succede soprattutto con i paesi occidentali e nello specifico con gli Stati Uniti. “Mani legate” della Comunità Internazionale, dunque, per necessità economiche. Risultato: Petrolio 3 – Diritti umani 0.

Cos’è che ci divide, cos’è che ci unisce [Editoriale]

dal film "Metropolis" di Fritz LangEsiste una cappa di “modernità apparente” che copre e opprime qualsiasi scintilla di Rivoluzione che provenga dal basso. E’ una cappa di Consumismo senza controllo, una cappa mediatica, una cappa di povertà di valori, una cappa di freddezza umana che sembra indistruttibile.

Le persone sembrano senza controllo, sviate da false promesse, da desideri fittizi, da illusioni rigenerate ogni giorno, giorno per giorno; hanno mancanza di vita nel “presente” per ambire ad un futuro che non sarà mai come lo sognano. Passano, in modo così naturale, dall’essere dei timidi “oggetti teledipendenti” incastrati in pigri e dimessi salotti in pomeriggi in casa, a prossimi condottieri sognanti di una gloriosa Rivoluzione che non ci sarà mai. Pensano di avere la soluzione sottomano solo perché sventolano questa o quella bandiera di Partito, perché pronunciano questo o quel motto, perché si vestono di questi o di quegl’altri colori, senza capire che sono proprio i Partiti, realmente, la vera gabbia della società.

Le persone invocano rivoluzioni senza capire bene quello che stanno facendo, magari gridando “Difendiamo l’Ambiente!”, mentre – finestrino aperto e gomito fuori dall’auto – sgasano con il loro SUV, cilindrata 3000 a benzina, oppure pensando “Mai più razzismo!”, mentre cercano luoghi sicuri, al riparo degli stranieri, nella metropolitana.

dal film "Metropolis" di Fritz LangLa società civile non è più ascoltata, tantomeno considerata dai “piani alti” della Politica, questo è palese, come dire il contrario? Potremmo morire di fame, perdere il nostro lavoro, licenziare dipendenti e chiudere la nostra azienda, ammalarci e essere abbandonati, pagare anche ogni nostro sacrosanto diritto inalienabile, ma sembra essere tutto già deciso dall’alto e, forse, lo è. Tutto già deciso dalla Politica Suprema secondo regole ben lontane dal Bene Comune, ben lontane dal vero valore di democrazia, ben lontane dal concetto principe di “essere umano”, ben lontane dai Diritti Umani e dal loro rispetto.

Siamo sempre capaci di dire – e forse davvero dicendo il vero – che questa Politica non ci sta più bene, ma poi non facciamo altro che aderire ai Partiti, a idee e progetti partitici, a chiedere favori personali ai politici, a promettere il nostro sacro voto a un politico, a due, a tutti e a votare – di nascosto – l’unico che palesemente dicevamo che non avremmo mai votato. Gregge e pastori, pastori e gregge, corruzioni, bastone e carota e via dicendo.

Ecco, forse è pigrizia, forse è paura. Ciò che ci rimane sarebbe reagire, ma sperperiamo le nostre forze in centinaia, migliaia, milioni di iniziative “rivoluzionarie” tutte simili, e siamo pressoché soli in queste battaglie. Combattiamo ignorando che il nostro vicino di casa sta combattendo pressoché in solitaria la stessa nostra battaglia, ed è così che, invece di unire le nostre forze con lui, le annulliamo tra noi due, e il risultato è una completa stasi, perpetrata nei secoli dei secoli.

“Anziché cercare ciò che ci divide troviamo ciò che ci unisce” mi verrebbe da dire. Cerchiamo i punti di contatto, gli ideali comuni, sogniamo di più, cerchiamo le passioni, inseguiamo i progetti mossi da quegli stimoli interiori che ci fanno vibrare l’anima e che ci fanno venire la pelle d’oca solo al pensiero del raggiungimento di un buon risultato, renderemmo cento volte tanto; solo così possiamo ambire al miglioramento, solo così le cose cambierebbero.

Non sprechiamo le forze, non combattiamo le battaglie solo perché ci vengono chieste, solo per fare un favore a qualcuno o solo per manie di protagonismo. Dovremmo combattere semplicemente perché crediamo in quel che facciamo. Combattiamo le nostre battaglie per vincerle.

Guardiamoci in faccia, per una volta, siamo sinceri e onesti con noi stessi e con gli altri, parliamo un po’ meno di noi e ascoltiamo di più gli altri, incontriamoci di più nelle strade e nelle piazze, nei caffè, nelle spiagge e sui monti, parliamo anche di stupidaggini e di cose serie e non abbiamo paura di prendere una posizione chiara – non definitiva, ma chiara – non rispondiamo “ni” a tutto e tutti. Gridiamo un profondo e sincero “No” quando è necessario e facciamo lo stesso con il “Sì”, quando è necessario.

Meglio essere accettati o contestati per quello che siamo veramente che essere un nonnulla inconsiderato, un omino che non lascerà la benché minima traccia su questa Terra. Meglio essere noi stessi che ciò che gli altri vorrebbero che fossimo.

La favola dello Sviluppo Sostenibile

novembre 3, 2009 1 commento

Un semplice modo per capire come intendo lo sviluppo sostenibile

Sviluppo sostenibileCento anni fa esisteva una fabbrica che produceva auto. La tecnologia non ancora era arrivata e ogni singolo pezzo veniva costruito a mano dai 100 operai che lavoravano in quella fabbrica per 12 ore al giorno a 100 soldi al mese. Ogni hanno questa fabbrica sfornava 100 nuove auto che venivano messe in strada, inquinando 100 parti di aria. L’ambiente riusciva, da solo, ad annullare il fattore inquinamento. Ogni operaio aveva un’auto per portare a spasso la propria famiglia.

Cinquant’anni dopo, la stessa fabbrica, grazie all’avvento della tecnologia, delle catene di montaggio e dell’ottimizzazione dei cicli produttivi, riusciva a produrre le proprie auto a velocità doppia. Il proprietario della fabbrica, mister Umanità, uomo illuminato e con a cuore l’ambiente, si trovò davanti ad un bivio e si chiese: “Che faccio?”. Decise di mantenere invariato il livello di produzione (sempre 100 auto), quello dello stipendio (sempre 100 soldi), ma di dimezzare il tempo di lavoro giornaliero per i propri operai, facendolo arrivare a 6 ore. Ogni anno si sfornavano sempre 100 nuove auto che venivano messe in strada, inquinando, grazie alle tecnologia, solo 50 parti di aria. L’ambiente riusciva, da solo, ad annullare il fattore inquinamento. Inoltre, ogni operaio aveva 6 ore in più al giorno per leggere, acculturarsi, stare in famiglia, educare i propri figli.

Cinquant’anni dopo, ovvero adesso, la stessa fabbrica, grazie alla tecnologia moderna, riesce a produrre le proprie auto al doppio del doppio della velocità di cinquant’anni prima. Mister Umanità, seppur invogliato dall’idea di guadagno del doppio del doppio, continua per la sua strada, per le sue convinzioni, mantiene invariato sia il livello di produzione (sempre 100 auto), sia lo stipendio (sempre cento soldi al mese), ma diminusce ulteriormente il tempo di lavoro giornaliero per i propri operai, passandolo a solo un’ora e mezza. Infatti, 33 operai entrano in fabbrica la mattina presto solo per un’ora e mezza per programmare le macchine che lavoreranno al posto loro, altri 33 operai lavorano un’ora e mezza nel pomeriggio per controllare che tutto proceda bene e i restanti lavorano un’ora e mezza a sera per controllare e posteggiare le auto nel piazzale, pronte per essere vendute. Ogni anno questa fabbrica sforna sempre 100 nuove auto che vengono messe in strada, inquinando, grazie alle tecnologia, solo 10 parti di aria. L’ambiente riesce, da solo, ad annullare il fattore inquinamento. Inoltre, ogni operaio, tolta l’ora e mezza di lavoro ogni giorno, ha il resto della giornata da dedicare alle sue passioni, alla famiglia, agli anziani, ai  meno fortunati, al teatro e magari ad immaginare soluzioni ancora migliori per sé stesso e per gli altri. Nel frattempo mister Umanità è stato eletto ad amministratore del Paese.

Migranti: un’altra verità (”Così stanno le cose” – 11°)

ottobre 20, 2009 1 commento

migrante e turisti

migrante e turisti

Spesso, quando si parla di migranti-clandestini, barconi, sbarchi etc., si perdono cinque sensi su cinque e si diventa pericolosamente miopi, sordi, muti, senza tatto né olfatto, come a non voler conoscere una verità scomoda. Ho sempre pensato che nessuno può essere davvero felice di lasciare il proprio paese, la propria famiglia, i propri affetti, le abitudini e i luoghi che l’hanno visto crescere: nessuno. Chi lo fa, lo fa per estrema necessità, una questione di vita o di morte.

L’estate appena passata è stata teatro triste di molte storie tragiche di migranti; tragedie in mare, crisi diplomatiche, scossoni politici in Italia. Ma cosa c’è davvero dietro? Da dove scappano i migranti e, soprattutto, da cosa scappano? Dato che le problematiche dei paesi che vedono la fuga di questi uomini e donne e bambini sono simili, prendiamone uno a caso: l’Eritrea.

Barcone scassato, partono in ottanta: cinque arrivano pressoché vivi e gli altri settantacinque sono dispersi, e poi morti. Andare incontro alla morte quasi certa ci fa capire che questi uomini sono davvero costretti a partire. Scappano da un inferno fatto di violazioni continue dei diritti umani, in regimi dove l’utopia del raggiungimento del “bene supremo” calpesta le loro vite. L’Eritrea e’ tra le dittature più repressive di tutta l’Africa. Il presidente attuale, eletto sotto i buoni auspici e che faceva sperare in un cambiamento, una volta al potere, si è rivelato uno spietato tiranno che vede nella guerra con Etiopia, Gibuti e Yemen e nella repressione di qualsiasi volontà popolare, dei semplici e “banali” impegni di governo. Il paese è ridotto alla fame, i negozi sono vuoti, il carburante scarseggia, reporter raccontano di gente che piange per strada.

Ora, con due piccole considerazioni, mi chiedo se non sia giusto scappare da un inferno così. Prima considerazione: dovremmo capire cosa davvero c’è oltre il nostro mediterraneo, da cosa si fugge. Seconda: sono quasi sempre i paesi occidentali, europei, che premono per mantenere nei paesi africani le dittature con le quali è più facile intrattenere rapporti commerciali di sfruttamento del territorio africano. Questi poveri uomini sono costretti a morire tra due muri di vigliaccheria. Da una parte li obblighiamo scappare dal loro paese, dall’altra li respingiamo a suon di leggi: per questo dico: “Riacquistiamo, per carità, i nostri cinque sensi!”.

Ruanda: largo ai giovani (“Africa mon amour” – 2°)

Rubrica “Africa mon amour”, L’Amico del Popolo

Le future classi dirigenti si formano a scuola

Le future classi dirigenti si formano a scuola

I giovani africani si vestono all’occidentale, mirano ad avere gli stessi interessi degli occidentali, sentono musica “made in USA” e, forse, vorrebbero essere occidentali a tutti gli effetti, omettendo di intuire che non tutto ciò che viene dall’occidente sia cosa buona.

La first lady di Kigali, popolosa città del Ruanda, Jeannette Kagame, ha esortato i giovani ad acquisire una maggiore coscienza di loro stessi, svincolata da “forze” esterne e di riconoscere sempre di più le loro radici africane; in poche parole: “essere loro stessi artefici della loro vita, senza condizionamenti esterni”.

Jeannette Kagame

Jeannette Kagame

La Kagame esorta i giovani a riconoscere ed apprezzare i progressi che lo Stato ruandese sta facendo in questi ultimi anni e di mettersi alla guida dei cambiamenti che saranno necessari e vitali per i prossimi anni, per far sì che il Ruanda possa continuare il suo processo, seppur lento, di emancipazione. La gioventù ruandese appare come ancora troppo vulnerabile da forze esterne, spesso dettate da regole di mercato e marketing, che possono portare a ripercussioni negative sia sulla loro vita che, di conseguenza, sulla società. Inoltre, si va a sommare a questa già difficile situazione, il fatto che molto spesso i giovani sono lasciati fuori completamente dai programmi di sviluppo; ovvero, i piani alti della politica non ascoltano né esigenze e né proposte che arrivano dallo strato giovane della società.

Verso l'emancipazione della donna

Verso l'emancipazione della donna

Una scelta poco oculata questa “chiusura” verso i giovani alla quale la Kagame vuole porre rimedio, anche perché, in Ruanda, la fascia giovane costituisce oltre il 50% della popolazione totale. Quindi, investire su di loro, sulle loro idee, sulla loro creatività e grinta, significa dare a tutto lo Stato ruandese una forza propulsiva non indifferente che potrebbe far progredire il Paese nelle sue aspirazioni di sviluppo. Investire nei giovani significherebbe anche farli crescere, alimentando in loro un senso di imprenditorialità necessario per partecipare attivamente al progresso sostenibile dello Stato.

Personalmente credo che sia  necessario considerare i giovani non più come i “leader di domani”, posticipando sempre e inutilmente la loro partecipazione alla vita pubblica, ma iniziare a considerarli “leader di oggi”, perché è oggi che si giocano le carte e si scommette sul futuro. E chi meglio dei giovani può avere più chance di vincere? Dunque, largo ai giovani ruandesi.

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