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Commissione Europea: 40 milioni di euro al Venezuela

Via libera della Commissione Europea agli aiuti al Venezuela. Il Comitato dei Paesi membri conferma i previsti 40 milioni di euro di stanziamento ma, in sostanza, modifica le linee direttrici del provvedimento. Gli obiettivi di aiuto erano stati già individuati nel programma di intervento previsto per il periodo 2007-2013, ma il nuovo PIN (Programma Indicativo Nazionale) attua una revisione, ridefinendo alcune priorità d’intervento, riplasmando, in sostanza, l’ordine e il peso degli interventi.

Secondo le nuove direzioni tracciate, l’ammodernamento dell’apparato statale venezuelano diventa punto cardine di un ulteriore sviluppo futuro del paese sudamericano e, quindi, diventa priorità per il PIN. Un intervento, quindi, che vedrebbe, in proiezione futura, una macchina statale più moderna, che possa offrire servizi sempre più trasparenti, uno Stato che diventi, sempre di più, un segno di responsabilità e correttezza istituzionale. Uno Stato che possa, sempre di più, garantire ai propri cittadini la dovuta sicurezza e la dovuta fiducia nelle istituzioni.

Allo stesso modo, il PIN, vuole aiutare lo stato venezuelano supportando iniziative per combattere e ridurre drasticamente il traffico di stupefacenti, che risulta tutt’ora vero cancro del paese; un male che, inequivocabilmente, si espande anche nei paesi coinvolti, tra cui l’Europa e’ sempre di più un “importante” cliente.

Il piano di intervento varato dalla Commissione Europea individua anche nella ricerca scientifica, nei programmi atti a migliorare l’efficienza energetica (con un occhio di riguardo alle energie alternative) e nel rispetto dei diritti umani, con particolare riguardo ai diritti di bambini e adolescenti, oltre che delle donne, punti fondamentali per un valido intervento a sostegno.

Un terzo dello stanziamento, ovvero 10 milioni di euro, sarà utilizzato per rafforzare la competitività delle piccole e medie imprese; un intervento reso necessario, e quanto mai vitale per l’economia venezuelana, per fronteggiare gli scompensi e i gap che i cambiamenti di politica economica statale, spesso drastici, repentini e controcorrente, hanno creato all’economia stessa e che l’Europa cercherà di alleggerire prevedendo, però, non pochi problemi dovuti ai rapporti non sempre efficienti e stabili con gli apparati statali del paese sudamericano.

Cos’è che ci divide, cos’è che ci unisce [Editoriale]

dal film "Metropolis" di Fritz LangEsiste una cappa di “modernità apparente” che copre e opprime qualsiasi scintilla di Rivoluzione che provenga dal basso. E’ una cappa di Consumismo senza controllo, una cappa mediatica, una cappa di povertà di valori, una cappa di freddezza umana che sembra indistruttibile.

Le persone sembrano senza controllo, sviate da false promesse, da desideri fittizi, da illusioni rigenerate ogni giorno, giorno per giorno; hanno mancanza di vita nel “presente” per ambire ad un futuro che non sarà mai come lo sognano. Passano, in modo così naturale, dall’essere dei timidi “oggetti teledipendenti” incastrati in pigri e dimessi salotti in pomeriggi in casa, a prossimi condottieri sognanti di una gloriosa Rivoluzione che non ci sarà mai. Pensano di avere la soluzione sottomano solo perché sventolano questa o quella bandiera di Partito, perché pronunciano questo o quel motto, perché si vestono di questi o di quegl’altri colori, senza capire che sono proprio i Partiti, realmente, la vera gabbia della società.

Le persone invocano rivoluzioni senza capire bene quello che stanno facendo, magari gridando “Difendiamo l’Ambiente!”, mentre – finestrino aperto e gomito fuori dall’auto – sgasano con il loro SUV, cilindrata 3000 a benzina, oppure pensando “Mai più razzismo!”, mentre cercano luoghi sicuri, al riparo degli stranieri, nella metropolitana.

dal film "Metropolis" di Fritz LangLa società civile non è più ascoltata, tantomeno considerata dai “piani alti” della Politica, questo è palese, come dire il contrario? Potremmo morire di fame, perdere il nostro lavoro, licenziare dipendenti e chiudere la nostra azienda, ammalarci e essere abbandonati, pagare anche ogni nostro sacrosanto diritto inalienabile, ma sembra essere tutto già deciso dall’alto e, forse, lo è. Tutto già deciso dalla Politica Suprema secondo regole ben lontane dal Bene Comune, ben lontane dal vero valore di democrazia, ben lontane dal concetto principe di “essere umano”, ben lontane dai Diritti Umani e dal loro rispetto.

Siamo sempre capaci di dire – e forse davvero dicendo il vero – che questa Politica non ci sta più bene, ma poi non facciamo altro che aderire ai Partiti, a idee e progetti partitici, a chiedere favori personali ai politici, a promettere il nostro sacro voto a un politico, a due, a tutti e a votare – di nascosto – l’unico che palesemente dicevamo che non avremmo mai votato. Gregge e pastori, pastori e gregge, corruzioni, bastone e carota e via dicendo.

Ecco, forse è pigrizia, forse è paura. Ciò che ci rimane sarebbe reagire, ma sperperiamo le nostre forze in centinaia, migliaia, milioni di iniziative “rivoluzionarie” tutte simili, e siamo pressoché soli in queste battaglie. Combattiamo ignorando che il nostro vicino di casa sta combattendo pressoché in solitaria la stessa nostra battaglia, ed è così che, invece di unire le nostre forze con lui, le annulliamo tra noi due, e il risultato è una completa stasi, perpetrata nei secoli dei secoli.

“Anziché cercare ciò che ci divide troviamo ciò che ci unisce” mi verrebbe da dire. Cerchiamo i punti di contatto, gli ideali comuni, sogniamo di più, cerchiamo le passioni, inseguiamo i progetti mossi da quegli stimoli interiori che ci fanno vibrare l’anima e che ci fanno venire la pelle d’oca solo al pensiero del raggiungimento di un buon risultato, renderemmo cento volte tanto; solo così possiamo ambire al miglioramento, solo così le cose cambierebbero.

Non sprechiamo le forze, non combattiamo le battaglie solo perché ci vengono chieste, solo per fare un favore a qualcuno o solo per manie di protagonismo. Dovremmo combattere semplicemente perché crediamo in quel che facciamo. Combattiamo le nostre battaglie per vincerle.

Guardiamoci in faccia, per una volta, siamo sinceri e onesti con noi stessi e con gli altri, parliamo un po’ meno di noi e ascoltiamo di più gli altri, incontriamoci di più nelle strade e nelle piazze, nei caffè, nelle spiagge e sui monti, parliamo anche di stupidaggini e di cose serie e non abbiamo paura di prendere una posizione chiara – non definitiva, ma chiara – non rispondiamo “ni” a tutto e tutti. Gridiamo un profondo e sincero “No” quando è necessario e facciamo lo stesso con il “Sì”, quando è necessario.

Meglio essere accettati o contestati per quello che siamo veramente che essere un nonnulla inconsiderato, un omino che non lascerà la benché minima traccia su questa Terra. Meglio essere noi stessi che ciò che gli altri vorrebbero che fossimo.

Migranti: un’altra verità (”Così stanno le cose” – 11°)

ottobre 20, 2009 1 commento

migrante e turisti

migrante e turisti

Spesso, quando si parla di migranti-clandestini, barconi, sbarchi etc., si perdono cinque sensi su cinque e si diventa pericolosamente miopi, sordi, muti, senza tatto né olfatto, come a non voler conoscere una verità scomoda. Ho sempre pensato che nessuno può essere davvero felice di lasciare il proprio paese, la propria famiglia, i propri affetti, le abitudini e i luoghi che l’hanno visto crescere: nessuno. Chi lo fa, lo fa per estrema necessità, una questione di vita o di morte.

L’estate appena passata è stata teatro triste di molte storie tragiche di migranti; tragedie in mare, crisi diplomatiche, scossoni politici in Italia. Ma cosa c’è davvero dietro? Da dove scappano i migranti e, soprattutto, da cosa scappano? Dato che le problematiche dei paesi che vedono la fuga di questi uomini e donne e bambini sono simili, prendiamone uno a caso: l’Eritrea.

Barcone scassato, partono in ottanta: cinque arrivano pressoché vivi e gli altri settantacinque sono dispersi, e poi morti. Andare incontro alla morte quasi certa ci fa capire che questi uomini sono davvero costretti a partire. Scappano da un inferno fatto di violazioni continue dei diritti umani, in regimi dove l’utopia del raggiungimento del “bene supremo” calpesta le loro vite. L’Eritrea e’ tra le dittature più repressive di tutta l’Africa. Il presidente attuale, eletto sotto i buoni auspici e che faceva sperare in un cambiamento, una volta al potere, si è rivelato uno spietato tiranno che vede nella guerra con Etiopia, Gibuti e Yemen e nella repressione di qualsiasi volontà popolare, dei semplici e “banali” impegni di governo. Il paese è ridotto alla fame, i negozi sono vuoti, il carburante scarseggia, reporter raccontano di gente che piange per strada.

Ora, con due piccole considerazioni, mi chiedo se non sia giusto scappare da un inferno così. Prima considerazione: dovremmo capire cosa davvero c’è oltre il nostro mediterraneo, da cosa si fugge. Seconda: sono quasi sempre i paesi occidentali, europei, che premono per mantenere nei paesi africani le dittature con le quali è più facile intrattenere rapporti commerciali di sfruttamento del territorio africano. Questi poveri uomini sono costretti a morire tra due muri di vigliaccheria. Da una parte li obblighiamo scappare dal loro paese, dall’altra li respingiamo a suon di leggi: per questo dico: “Riacquistiamo, per carità, i nostri cinque sensi!”.

Ruanda: largo ai giovani (“Africa mon amour” – 2°)

Rubrica “Africa mon amour”, L’Amico del Popolo

Le future classi dirigenti si formano a scuola

Le future classi dirigenti si formano a scuola

I giovani africani si vestono all’occidentale, mirano ad avere gli stessi interessi degli occidentali, sentono musica “made in USA” e, forse, vorrebbero essere occidentali a tutti gli effetti, omettendo di intuire che non tutto ciò che viene dall’occidente sia cosa buona.

La first lady di Kigali, popolosa città del Ruanda, Jeannette Kagame, ha esortato i giovani ad acquisire una maggiore coscienza di loro stessi, svincolata da “forze” esterne e di riconoscere sempre di più le loro radici africane; in poche parole: “essere loro stessi artefici della loro vita, senza condizionamenti esterni”.

Jeannette Kagame

Jeannette Kagame

La Kagame esorta i giovani a riconoscere ed apprezzare i progressi che lo Stato ruandese sta facendo in questi ultimi anni e di mettersi alla guida dei cambiamenti che saranno necessari e vitali per i prossimi anni, per far sì che il Ruanda possa continuare il suo processo, seppur lento, di emancipazione. La gioventù ruandese appare come ancora troppo vulnerabile da forze esterne, spesso dettate da regole di mercato e marketing, che possono portare a ripercussioni negative sia sulla loro vita che, di conseguenza, sulla società. Inoltre, si va a sommare a questa già difficile situazione, il fatto che molto spesso i giovani sono lasciati fuori completamente dai programmi di sviluppo; ovvero, i piani alti della politica non ascoltano né esigenze e né proposte che arrivano dallo strato giovane della società.

Verso l'emancipazione della donna

Verso l'emancipazione della donna

Una scelta poco oculata questa “chiusura” verso i giovani alla quale la Kagame vuole porre rimedio, anche perché, in Ruanda, la fascia giovane costituisce oltre il 50% della popolazione totale. Quindi, investire su di loro, sulle loro idee, sulla loro creatività e grinta, significa dare a tutto lo Stato ruandese una forza propulsiva non indifferente che potrebbe far progredire il Paese nelle sue aspirazioni di sviluppo. Investire nei giovani significherebbe anche farli crescere, alimentando in loro un senso di imprenditorialità necessario per partecipare attivamente al progresso sostenibile dello Stato.

Personalmente credo che sia  necessario considerare i giovani non più come i “leader di domani”, posticipando sempre e inutilmente la loro partecipazione alla vita pubblica, ma iniziare a considerarli “leader di oggi”, perché è oggi che si giocano le carte e si scommette sul futuro. E chi meglio dei giovani può avere più chance di vincere? Dunque, largo ai giovani ruandesi.

Finalmente “con” l’Africa! (”Così stanno le cose” – 8°)

five

5

Solo 5! Chi ha avuto passione e tempo per seguire l’ultimo G8 riguardo gli aiuti monetari all’Africa e si fosse munito di una calcolatrice superscientifica, alla fine dei suoi conti, avrà visualizzato questo numero: 5.

Mi spiego meglio: i “potenti del mondo” del G8, seduti e comodi, parlano di milioni di dollari come noccioline e polemizzano su chi offre di più e chi di meno, come continui rialzi a poker o normali spese dal fruttivendolo. Poi, somme totali e divisioni, sottrazioni, moltiplicazioni e, alla fine dei conti, sono più o meno solo 5 (cinque) i dollari che arriveranno (se arriveranno) per ogni africano, secondo gli stanziamenti promessi. Si spengono i riflettori si accende la realtà.

Ma, anziché fare di queste cifre un vanto, i Governi dovrebbero cambiare la loro prospettiva di aiuto. Ammettere l’inconcludenza del passato fatta di azioni troppo politico-economiche e investire nel futuro in altro modo, con meno attenzione al proprio portafoglio.

Spesso si sentono frasi del genere: un aiuto “per” l’Africa, un grande progetto “per” l’Africa, finanziamenti disponibili “per” l’Africa. Questo continuo “per” mi fa pensare molto ad un padrone che, con la mano sulla coscienza, l’altra sulla tasca e con lacrime di coccodrillo, aiuta il suo schiavo, con finta pietà.

L’importanza del “con”. Dico che quello che deve essere fatto, sia fatto “con” l’Africa. L’Africa deve diventare – finalmente – partner di sviluppo. Infatti, è più che necessario creare partenariati veri e propri tra paesi ricchi e paesi poveri, come fossero gemellaggi, dove la finalità è lo sviluppo e non l’ulteriore arricchimento dei “soliti”. Prendere accordi politici con la Cina per un aiuto davvero unito e lungimirante. L’Africa non ha bisogno di “persone forti” (dittatori) ma di “istituzioni forti” con cui interloquire e programmare, intervenire e sviluppare. Solo così si avrebbero benefici “veri” e duraturi e non con 5 dollari procapite, non con un pozzo di petrolio in più, non con una miniera in più.

Lo ammetto: ahimè, sono proprio i Governi occidentali che pressano per mantenere i rapporti con l’Africa come quelli tristi e freddi tra padrone e schiavo, ma sapere come stanno le cose, sapere davvero cosa c’è dietro accordi e promesse, ci può dare una buona base di partenza per accettare quello che fanno o non fanno agli alti (forse troppo alti da sembrare irraggiungibili) livelli della politica internazionale.

La Rivoluzione che non si può fare

settembre 16, 2009 6 commenti

di Roberto De Ficis

Dunque, tu mi chiedi cosa penso. Ti dico, prima di tutto, che io sono felice di pensare. Quel che io penso è pensiero soggettivo, intoccabile, come per ognuno di noi. Se è giusto o sbagliato, quel che penso, sarà pensiero tuo, soggettivo, sacro, intoccabile. Ho il cervello in ordine, per fortuna, e posso pensare. Ho gambe e braccia “tutto bene”, cuore che batte, polmoni in forma e tutto il resto è ok, e posso vivere.

Dunque, mi chiedi cosa penso in questo momento. E io, piacevolmente e grato per l’occasione, ti rispondo. Penso che, se cammino per le strade delle città o del mio paese, se navigo su internet, se ascolto musica, i testi delle canzoni o se mi trovo a parlare con qualcuno posso dire – ed esserne certo – che sono in molti a gridare: “Rivoluzione! Rivoluzione! Ri-vo-lu-zio-ne!”. C’è chi lo fa con il pugno stretto e alto, altri con il braccio ritto e lungo, a mano aperta. E sembrano gridarla, questa “voglia di Rivoluzione”, attraverso un mega-megafono che fa delle voce un suono metallico e freddo, uno di quelli in voga negli anni ’60/’70, come se le loro voci uscissero da una vecchia radio Phonola con cassa in radica, fine anni ’40. Con chitarre sulle spalle e spinelli nella bocca, alcuni, o con cravattine nere alla moda e capelli cortissimi, altri, tutti vogliono “fare la Rivoluzione”, e ci credono quando lo dicono, oddio quanto. Ma nessuno – e dico nessuno – stranamente, la fa davvero.

Ma che ne dici? Non sarebbe cosa buona e giusta, prima di tutto, schiarirci le idee e domandarci: ma cos’è la Rivoluzione? E, seconda cosa, capire perché nessuno la fa davvero?

La Rivoluzione – che vocabolo grandioso e fumante, lo senti? La Rivoluzione! - non è altro che lo sconvolgimento, o il tentato sconvolgimento, dell’assetto politico e sociale di uno Stato allo scopo di crearne uno nuovo di zecca (senza ricordi, senza recriminazioni, senza qualcosa-che-c’era-che-non-andava-bene), più adatto o più aderente a coloro che l’hanno voluto e fatto, lo Stato, intendo. Una Rivoluzione – se fatta come si deve – si basa sul semplice concetto della “distruzione-costruzione”. Nella “distruzione” – che mi piace di meno perché, spesso, include violenza – si verifica un’azione del basso tesa alla distruzione dello Stato (verso l’alto). Nella “costruzione” – che mi piace molto di più – invece, lo Stato viene ricostruito secondo i voleri “dal basso”, cambiando leggi, governo, esercito, ordine pubblico.

Per capire il motivo per il quale la Rivoluzione in paesi occidentali, pur essendoci ormai da decenni tutti i presupposti di scontento sociale, non si verifica, chiamerei in causa in questo articolo un filosofo, psicoanalista e docente universitario: Umberto Galimberti, e un religioso, presbitero e missionario italiano: Padre Alessandro (Alex) Zanotelli. Galimberti ci chiarisce il perché sia cosi difficile, di questi tempi, parlare in modo più “reale” di Rivoluzione. Padre Zanotelli, invece, affronta il problema principale che hanno i giovani nell’intraprendere davvero un’azione rivoluzionaria.

Umberto Galimberti
Umberto Galimberti

Galimberti, affrontando il problema, chiama in causa Marx. Marx ricordava agli operai che loro non erano affatto i soggetti della Storia. Ovvero, che gli operai non hanno mai fatto, neppur minimamente, la Storia. “Producete, producete, consumate e producete! Sgobbate, morite, state zitti e lavorate”. La Storia, fino a quel periodo, era sempre stata fatta dai “piani alti”, dagli Imperatori, dagli Eserciti, scritta unilateralmente dai “Padroni”, dai “Signori”. Marx, lo ricordiamo, incitava gli operai ad acquisire una coscienza di classe secondo la quale, attraverso scioperi lunghi e faticosi, bastonate e colpi di pistola, cariche della polizia e feriti e morti, potessero far valere le proprie ragioni. Scioperando, senza stipendi, gli operai avrebbero rischiato sì di morire di fame, ma avrebbero costretto la Storia ad accorgersi di loro. Il mondo si sarebbe accorto di loro, si sarebbe accorto della loro indispensabilità nel ciclo produttivo. Così è successo. La Rivoluzione ha dato i suoi frutti.

Ma la Storia insegna anche che i popoli hanno la memoria molto corta, troppo corta per valorizzare ciò che è stato, e si dimenticano del passato. La lotta di classe, ad esempio, è una cosa quasi completamente dimenticata dai più. Galimberti si pone, infatti, questa domanda: “Si può ricominciare?”. I fatti del ‘68 ci avevano illuso che era possibile ricominciare. La motivazione di base delle insurrezioni di quegli anni era la richiesta di maggiore libertà sociale (gonne più corte, più potere alle donne, sesso senza tabù, etc.) e di diminuzione dell’autorità sempre maggiore dei professori universitari, una lotto contro la sottomissione all’insegnamento. Motivazioni assai più “tenere” rispetto a quelle che, di questi tempi, i giovani potrebbero prendere come spunto per una Rivoluzione.

Quindi, la domanda principale è: “Perché oggi la Rivoluzione non scoppia?”. Galimberti continua dicendo che, nel rivoltoso ’68, c’era ancora una “dimensione umanistica”, ovvero c’era la possibilità di scontro tra due “volontà” ben distinte. E questo, forse, era un bene. Infatti, in quegl’anni, gli interessi dell’operaio erano diversi, opposti forse, da quelli del grande imprenditore; il signor Rossi o il signor Tal dei Tali si scontrava ogni giorno con il signor avvocato Agnelli. Questo contrasto era già stato definito da Hegel come rapporto Servo/Padrone. In fin dei conti, c’era terreno di scontro che, volendo o non volendo, portava ad un progresso comune. Oggi, sia il Servo (operaio) che il Padrone (imprenditore) sono dalla stessa parte. Paradossalmente non sono più contrapposti, vanno a braccetto. Tutto questo perché sopra di loro aleggia, come un uccello nero e aggressivo, quella che il filosofo Galimberti chiama “dimensione anonima”, ovvero il Mercato. Una dimensiona anonima che si completa con la tecnica finanziaria e gli investimenti, con le rincorse affannose al prestito, con l’ipotecarsi tutto per acquistare il superfluo, ipotecare figli e futuro, ipotecarsi anche le mutande. Il Mercato diventa, quindi, la “volontà” antagonista e intangibile sia del Servo che del Padrone. Ci si chiede, quindi, cos’è questo Mercato? Cos’è questo Nessuno? Data l’indecifrabilità di questo Nessuno, i giovani d’oggi non sanno con chi prendersela, rinunciano alla battaglia, abbandonano l’idea di Rivoluzione. Bivaccano e vegetano in una società che sembra ottima, ma che ottima non è affatto.

Padre Alex Zanotelli
Padre Alex Zanotelli

Padre Zanotelli, di questo Nessuno, prende in analisi l’aspetto finanziario. La Finanza, forse la madre di tutte le guerre, la tanto amata e odiata Finanza. Finanza, ovvero come gli Stati, le imprese locali e multinazionali, gli enti e le organizzazioni varie gestiscono i flussi monetari con il solo fine e interesse di massimizzare la propria soddisfazione. A tal proposito mi viene in mente la famosa frase presa in prestito dal postulato fondamentale di Lavoisier – chimico, botanico, astronomo e matematico – che dice: “nulla si creanulla si distruggetutto si trasforma”. Se questo è vero, allora, se da una parte c’è qualcuno che massimizza in una certa quantità, ci sarà sicuramente qualcun’altro, da qualche altra parte che minimizzerà della stessa quantità. Ma se ammettiamo il caso che una massimizzazione di un investimento di un’azienda made in U.S.A. porti ad aumentare il valore di questa di dieci milioni di dollari, potremmo ipotizzare che, ad esempio un’azienda russa e una tedesca minimizzino, di conseguenza, di cinque milioni di dollari ognuna; sembrerebbe filare come discorso e non sarebbe poi così male, ci saranno altre massimizzazioni che riporterebbero equilibrio. Ma se, a fronte di questa massimizzazione americana, che ricordo che è di dieci milioni di dollari, ci fosse una minimizzazione nelle casse statali del Guinea Bissau? Sapete cosa si può fare con dieci milioni di dollari in Guinea Bissau? Se sempre più spesso questa massimizzazioni occidentali portassero continue e sempre maggiori minimizzazioni in paesi in via di sviluppo, non-occidentali, non-civili, non-mercato-dipendenti, non-cinici, non-reddito-massimizzanti? Cosa succederebbe? Che equilibrio si avrebbe? O meglio, sarebbe possibile recuperare questo attuale e inquietante disequilibrio? Lavoisier che bel casino che hai combinato! Hai visto? E adesso chi glielo spiega che non è tutto come si pensa? Glielo spieghi tu che non è poi così vero che massimizzare, a livello finanziario, porti solo benefici a tutta la comunità? Lavoisier non potevi starti zitto? Lavoisier, non potevi fare il politico?

Wall Street

Wall Street

Padre Zanottelli sottolinea che “siamo entrati nel secolo della Finanza”, ed è per questo motivo che accusa che fino a ieri i poveri venivano, almeno, “usati” come manodopera a basso prezzo e che oggi non servono praticamente a nulla, che la società li vede solo come un peso sociale. Analizzando il mondo dal punto di vista finanziario, Zanotelli, porta in esame un dato secondo cui tutta la ricchezza finanziaria mondiale è nelle mani di 300/400 famiglie (personalmente aggiungerei anche che quasi tutte si trovano nel nord ricco del Pianeta e che anche il Vaticano è tra queste “famiglie”). In pratica, sono queste famiglie che hanno il “potere di decidere”, sono queste famiglie che hanno il vero governo del mondo, e non decidono di certo attraverso i vari governi nazionali, ma decidono attraverso tre grandi organismi internazionali, che li possiamo immaginare come simili a tentacoli del Potere, lunghi-lunghi: La Banca Mondiale, il Fondo Monetario e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Padre Zanotelli, ammonisce ricordando che “Dobbiamo renderci conto del fatto che non sono più i governi che decidono, ma sono le forze economiche finanziarie mondiali che decidono”.

Con questi presupposti, sia con quello di Galimberti che con quello di Padre Zanotelli, una domanda diventa obbligatoria: avrebbe senso una rivoluzione in un qualsiasi paese (ad esempio l’Italia) se, praticamente, le decisioni che ne creano i presupposti vengono prese altrove? Già questo basterebbe per capire lo stato delle cose e intuire le difficoltà nel “fare una Rivoluzione”. Contro chi la facciamo questa benedetta Rivoluzione? Contro il Mercato intangibile? Contro i tassi di interesse? Contro i cali di produzione? Contro cosa?

(Piccola noticina scomoda: non so se mi facciano più pena che tenerezza i politici, specialmente la maggior parte dei politici locali, oppure quelli che appoggiano questi  politici e che pensano che fanno un’ottima scelta solo perché a favore di un “grosso nome” in città e che questo sia come fare una Rivoluzione: “Io sto con tizio perché è l’uomo giusto per la città” e “io, invece, sto con Caio perché non se ne può più di Tizio (solo perché ‘è di questa Destra’ o ‘è di questa sinistra’)”, e “io sto con… ma sì, dai, sto con Sempronio perché sì, e basta!”. Son quelli che pensano che far cadere un Consiglio Comunale, che “spodestare” in Sindaco, per poi ambire loro stessi alle stesse poltrone sia la giusta motivazione per sfiduciare un Consiglio Comunale o spodestare un Sindaco, che pensano che fare politica significhi imporre il ‘proprio’ sull’’altro’, ma non in base a idee, nossignore, l’importante è imporre il proprio sull’altro e basta, che se ne vada a farsi benedire il Bene Comune. E mi fanno anche tenerezza (o rabbia) quelle persone che dietro questi piccoli politici ci sbavano come fa un cane con un osso pien pieno di grasso e tenerume, che fanno campagne elettorali di appoggio a questi politici-candidati, badate bene, non per seguire e appoggiare ideali comuni, ma sperando di aiutare qualcuno ad arrivare nei “posti che contano” e che questo qualcuno possa, un giorno, contraccambiare. O per dire: “conosco l’assessore, ci penso io”, oppure “Il Sindaco? Mio grandissimo amico, non ti preoccupare che ci parlo io…”. Per questo motivo è palese che è più facile appoggiare e spingere un politico non per la sua onestà o per le sue capacità, ma per il suo livello alto di corruttibilità. Chi spingerebbe, dunque, un politico se un domani questo non ricambierebbe? La politica non è scambio. Il commercio sì, è scambio, ma la Politica, non lo è, o non lo dovrebbe essere. E questi omini vendute al Potere sono le stesse persone che le puoi vedere, ad elezioni concluse e a “posti che contano” occupati, aggirarsi con la coda tra le gambe tra i vicoli del paese, un po’ per vergogna, un po’ perché dimenticati da tutti e soprattutto dalle promesse che avevano ricevuto. Fine della noticina -  forse non troppo – scomoda).

Ma, tuttavia, andiamo oltre. E vediamo che ruolo hanno i governi nazionali in tutto questo. I governi nazionali hanno come obiettivo principale del loro operato non di certo il Bene Comune, come ci portano a credere (nuove strade, sanità efficienti, diminuzione degli sprechi, lotta alla corruzione, contrasto della criminalità organizzata, istruzione all’avanguardia, tecnologia alla portata di tutti etc.). L’obiettivo principale di un governo nazionale è il costante e forte impedimento alla nascita di qualsiasi tentativo di rivolta, in ogni campo, in ogni tempo; in poche parole: mantenere l’ordine.

Bien, come fa allora un governo nazionale ad adottare tutte quelle misure invisibili (ma che sono macigni) per mantenere l’ordine? Principalmente facendo sì che ogni cittadino sia costretto a fare vita a sé, che sia il più possibile lontano dalla aggregazioni e dalle possibilità di aggregarsi, dai luoghi di incontro sociale (e perché no, di scontro sociale), di ricezione e scambio di informazioni (una biblioteca, una libreria, un locale senza la musica così alta da non farti parlare, etc.). Ma lo fa, in modo più sostanziale, attraverso la limitazione e la regolamentazione della disponibilità di lavoro e, di conseguenza, della disponibilità del reddito. I governi sanno benissimo che il lavoro in “tranquillità”, stabile e sicuro, provocherebbe una libertà d’azione tale che il cittadino possa avere tempo e modo per ambire a costruire una società migliore (ma, lo sappiamo, lavorare 10 ore al giorno, aggiungere a queste due ore di viaggio in media per andare e tornare dal luogo di lavoro, non avere soldi per uscire per una pizza o per andare a ballare una volta a settimana causano solo i presupposti, nella maggior parte dei casi, per tornare a casa e andarsene a dormire, senza capire se il giornale che leggo è “di parte” oppure no, se il prezzo che pago per la benzina è giusto o è una truffa, se in ospedale mi curano bene oppure no, se mio figlio riceve una buona educazione nelle scuole pubbliche oppure no, se sono davvero libero oppure no, se sono davvero io quello che guardo allo specchio tutte le mattine oppure no, etc.). Ma fino a quando il lavoro non sarà un manifestazione di libertà dell’individuo, ma un atto di grazia da parte del Padrone, la libertà di agire resterà sempre una libertà vigilata.

Il secondo modo attraverso cui i governi mantengono ordine è il controllo dei mezzi di comunicazione di massa e, di conseguenza, attraverso il controllo sistematico della circolazione delle idee e delle informazioni. Infatti, si sa bene che le gente giudica positivamente o negativamente l’operato di un governo quasi esclusivamente attraverso le notizie alle quali può accedere (Giornali, Tv, internet, etc.). Infatti, ad esempio, chi di noi si va a consultare la Gazzetta Ufficiale e se la va a spulciare pagina per pagina per giudicare bene o male le leggi che giornalmente lo Stato emana? Quasi nessuno, direi. Solo chi è costretto dal lavoro che fa o da un hobby particolare lo fa. La conseguenza è chiara: basta diffondere solo alcune notizie (di comodo) e censurare (o cercare di farlo) tutte le altre e la popolazione governata penserà sempre di vivere in un paese civile, moderno, senza preoccupazioni. In uno Stato con la “s” maiuscola in cui vive una Società con la “s” maiuscola perché governata da una Politica con la “p” maiuscola.

Ma, oltre la regolamentazione del lavoro-reddito e il controllo dei mezzi di comunicazione, c’è un terzo modo di controllo dell’ordine, ed è quello che viene chiamato “Antistato”, ovvero l’uso delle organizzazioni criminali. Secondo questa pratica è lo Stato stesso – udite, udite – che promuove e diffonde l’uso delle droghe tra i giovani. Perché proprio tra i giovani? Semplice, qual è la fascia di età poco propensa ad accettare questo immobilismo sociale? La fascia giovane, ovviamente. Ahimè, non sono mai gli ottantenni a guidare le rivoluzioni. I governi sanno benissimo che, sia dal punto di vista fisico che da quello psichico, la droga, distrugge – letteralmente distrugge – un giovane, lo polverizza socialmente, lo toglie di mezzo, lo rende inoffensivo, inutile. Ma, soprattutto, l’uso della droga dà, di per sé, l’illusione di vivere già in un mondo perfetto, il che annullerebbe – di fatto – qualsiasi necessità e bisogno di volerlo migliorare.

(Nota stupefacente: se guardiamo gli ultimi venti anni della storia italiana, ci accorgiamo di questa pratica; Ci provarono prima con l’eroina, ma i risultati erano davvero troppo devastanti-evidenti da far abortire il progetto, si sarebbe scoperto tutto! Qualche anno dopo, arrivando ai nostri giorni, hanno trovato una soluzione. Ci hanno fatto vedere in Tv che usare cocaina e partecipare alle festicciole era “IN”, era “alla moda”, ci faceva belli tra i belli. Che usare cocaina non era tanto poi così sbagliato. Prima era la droga dei vip, adesso basta girare l’angolo per trovare qualcuno che te la vende o qualcuno che ne fa uso – l’impiegato, il commerciante, l’operaio, la commessa, lo studente, il disoccupato, lo sportivo, il prete, etc. -, ed è meglio non andare a vedere cosa succede nelle discoteche, andremmo tutti in ecstasy! Fine della nota stupefacente).

Ultimo punto nodale attraverso cui lo Stato controlla l’ordine è dando la percezione della sostanziale compattezza del sistema politico. Si procede cosi all’abolizione la diversità dei partiti (chi di noi non è tentato di dire davanti al seggio: “tanto sono tutti uguali”, …, etc.?). Inganniamo noi stessi, non credendo che, ormai (anche in Italia), la maggioranza e l’opposizione hanno sempre concordato tutto, hanno sempre deciso prima come e in che misura spartirsi la torta dei nostri diritti, delle nostre ricchezze, la nostra libertà. Tranne quando una parte non prende il sopravvento sull’altra sfociando nell’Assolutismo. Dato per assunto che, in un paese civile, non è possibile neppure affidarsi alle opposizioni per contrastare lo strapotere delle maggioranze (dato che sono la stessa cosa) al povero cittadino resta solo da accettare che: il Potere è invulnerabile e il Potere, quando è troppo forte, scoraggia qualsiasi tentativo di Rivoluzione.

Ora non sono io a dare una soluzione, non ne sono davvero in grado. Posso solo dire che sarebbe necessario tornare a valorizzare l’aspetto morale e umano della nostra civiltà-società. Le rivoluzioni non scoppiano perché ognuno di noi pensa solo a se stesso, perché siamo ancora immobilizzati nella pratica di recepire informazioni e non siamo più abituati a chiederle e esigerle. Perché non riusciamo a discostarci ancora dalla  - ormai secolare – visione della società e della politica divisa in destra e sinistra, dove obbligatoriamente caratteristiche proposte da una destra non possono e non devono essere condivise dalla sinistra o viceversa, anche se queste caratteristiche, oggettivamente, sarebbero utilmente condivisibili da entrambe. Non si pensa più alla trasversalità nella politica che porterebbe davvero al raggiungimento del Bene Comune. Penso davvero che è un vile affronto all’intelligenza umana dividere i pensieri di un uomo, dotato di tutta la sua meraviglia di creazione, in destra (e affini) e sinistra (e affini). Ma anche ammesso questo, se pensassimo una politica con le sembianze di un essere umano, un essere umano che ha due mani: la destra a la sinistra, potremmo immaginare la destra plasmare la società con ideali di destra e con la sinistra plasmarla con ideali di sinistra. Quale migliore finalità se non quella di una sincera e duratura stretta di mano? Non ne guadagnerebbe il Bene Comune?

Le rivoluzioni non scoppiano e il problema è nella natura umana delle persone. Perché, quando le cose non vanno come vorremmo, siamo sempre pronti a dare la colpa agli altri, senza prenderci le nostre sacrosante responsabilità; dalle piccole cose di tutti i giorni, alle grandi decisioni. Perché sempre meno persone si prodigano per il prossimo, nessuno più sposa ideali altrui, tutti vogliono essere “di più” di altri.

Le rivoluzioni non scoppiano perché siamo rimbecilliti davanti la tv, le play station, dietro a partite di calcio tutti i giorni a tutte le ore e perché, bene o male, ci sediamo a tavola ad abbiamo sempre un bel piatto di pasta fumante in cui far perdere qualsiasi, anche lontana, voglia di Rivoluzione.

Certi ambienti cominciano a ‘tremare’: la Libertà del Dire

giugno 30, 2009 3 commenti

megafono_apertura_aCerti ambienti, che spesso si trovano in grandi stanze affrescate, in enormi palazzi case-della-politica, dove si prendono decisioni importanti per il Paese, cominciano a tremare. Per anni, per non dire decenni, in questi ambienti si è sempre deciso cosa fosse bene e cosa fosse male. Come se, le persone che li abitano, spesso grassi e con il fondoschiena che non entra più nelle poltrone di velluto, avessero davvero un’infallibilità divina, come se fossero degli Dei scesi in Terra per dare direttive ad una razza umana a loro inferiore  (il Popolo) che deve, per obbligo, camminare a testa china e che non si deve azzardare a parlare, pena l’emarginazione sociale (Forza, predentelo! Quello è un Comunista, quello è un Fascista, quello è un omosessuale, quello è un figlio di Allah, quello è un disoccupato, quello non è altro che uno snob, quello ha la pelle troppo chiara, quell’altro ha la pelle troppo scura, quello viene qui con un barcone superaffollato, quello porta i soldi in Svizzera, quello è incorruttibile-lascialo-stare, quella è una-brava-persona, quello è onesto, quello ha troppa dignità, etc.).

In certi ambienti, le persone si alzano in piedi, impongono in alto il loro indice e dicono: “Questo si può fare, questo no! Questo si può dire, questo no! Così ti puoi vestire, così, no! Così ti puoi muovere, così no! Tu stai bene, tu no! Tu mi piaci, tu, invece, no!”. Poi si risiedono, soddisfatti e gonfi-tronfi, pensando che così abbiano fatto il loro dovere, dovere-potere. Potere.

Se mettessimo in discussione per un attimo, ed è lecito farlo, l’infallibilità di certi ambienti, daremmo il vero valore alla libertà di espressione, come necessità per ogni società democratica. Infatti, se pensassimo per assurdo, che società sarebbe se certi ambienti ascoltassero davvero i suggerimenti dal basso? (scusate se uso ‘dal basso’ ma è solo per distinguere il Popolo dalla Politica, sigh!). Che società sarebbe se la Politica, invece che mirare ad un certo conformismo di pensiero, accettasse opinioni contrastanti e, da queste, modificasse le proprie idee, migliorandole? Che società sarebbe se la Politica fosse davvero umile?

sovranoNei secoli passati il Re, il Monarca, il Sire, il principe sovrano, chiamatelo un po’ come vi pare, aveva il Diritto Divino, in base al quale aveva nella mani il Potere secondo la volontà di Dio, direttamente da Dio, cioè era stato Dio direttamente a darglielo (ma ci pensate che onore?), come se fosse unto dal Signore (!). Infatti, come simbolo di questa dottrina, ricordiamo, magari in qualche film o in qualche rappresentazione teatrale, come l’arcivescovo di Canterbury consacrava con l’olio santo e incoronava il monarca britannico ordinando alla monarchia. Di conseguenza, se il Popolo, se il Parlamento o se l’Aristocrazia fosse andata contro i suoi voleri, sarebbe stato come andare contro la volontà di Dio. Ecco, per fortuna si sta parlando del Medioevo, la società moderna ne ha fatti di progressi, ne ha fatti eccome! Ora nessuno si sogna di dire di essere un Re, di governare il suo Regno, tantomeno di essere ‘unto da Signore’ (!), sarebbe una cosa su cui ridere, sarebbe così lontana nel tempo che, a parte la comicità, la gag, non avrebbe nulla di serio. Perché la Politica è una cosa importante, è una cosa seria, davvero indispensabile in un paese democratico.

Ma torniamo a monte. Perché certi ambienti cominciano a tremare? Prima tutte le informazioni che circolavano in un Paese passavano in canali ben stabiliti. Bastava controllare quelli per far si che qualsiasi pensiero, qualsiasi opinione, passasse sotto il torchio e venisse conformata, che acquistasse le sembianze di qualcosa che andava bene per tutti e specialmente per il Potere. E che, se il messaggio avesse detto qualcosa contro il Potere, lo avrebbe dovuto dire in modo giusto e conformato, così da giustificare e evidenziare che non esiste un assolutismo perché si possono dire anche cose contro. Il conformismo è uno dei cancri maggiori della società. Capisco che l’animale fuori dal branco si senta solo, che stare insieme ad altri suoi simili dia tanta sicurezza, ma la storia, il rinnovamento, si fa quando il lupo, l’orso, la gazzella, il bisonte, il cane, lo gnu, il delfino tursiope, la capra domestica, il procione, la volpe rossa, la giraffa, il gorilla e, infine, l’uomo escono fuori dal mucchio, dal branco, abbandonano il conformismo, e segnano nuove strade, nuovi sentieri, nuovi modi di intendere l’esistenza, a costo di prendere una via sbagliata e morire di fame, ma lo fanno.

web_advertisingIl controllo delle informazioni, dei messaggi, per certi ambienti adesso comincia ad essere più difficile, per questo motivo, certi ambienti, tremano. Per loro, adesso, è necessario controllare, oltre che i cavi del telefono, i giornali e i programmi TV, anche le linee dei cellulari, i blog, i bloggers, le community, le chat. Ogni giorno i modi per comunicare diventano maggiori, per fortuna, sono voci sempre nuove. Credo che la libertà di espressione si giochi proprio qui, sul sottile filo che divide la vera libertà di espressione, quella che abbiamo ancora, dal controllo che il Potere fa in modo sempre più preciso sulle nuove tecnologie di comunicazione. Cioè sulla libertà che sembra ci concedano, ma solo per controllare e supervisionare quello che diciamo, come lo diciamo e perché lo diciamo.

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