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Com’è difficile tornare dall’Africa!

febbraio 10, 2010 2 commenti

Rubrica: “Così stanno le cose” – QuiQuotidiano

Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché, immancabilmente, qualcosa di te, fisico e spirituale che sia, resta lì, sugli altipiani etiopi, nella savana bruciata dal sole, nelle strade con polvere su polvere, nelle case di fango e lamiera. E non servono frasi ad effetto del tipo “Oddio come ci voglio tornare!”, non serve ricorrere al famoso mal d’Africa per spiegare quel senso di nostalgia di quei silenzi nella notte tropicale, rotti solo da lontani balli tribali nella foresta, trombe naturali e rumore di piedi che sbattono nella polvere, intervallati dai rumori di una cucina che pian piano s’addormenta. Rotti dal canto dei grilli che ritmano il tempo del buio, mentre le iene si aggirano attorno casa. Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché ti accorgi che la nostra crisi economica non è altro che la crisi del superfluo, mentre lì, in Africa, c’è così tanta forza, così tanta tenacia per sopravvivere, che puoi restarne senza fiato, restarne stupefatto e immobile; e ti rendi conto di quanta stupidità ci sia nel nostro mondo “civilizzato”, nel nostro occidente dittatore, nella nostra società degli extraconsumi. Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché ti manca la dignità delle donne che con malaria, filaria, lebbra e cancri vari continuano a mandare avanti la famiglia, cercando di educare i figli senza avere le scuole, camminando per chilometri e chilometri con trenta e più chili di legna sulle spalle. Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché capisci che la salvezza e il conforto verso i più deboli, a volte, risiede nell’animo forte dei missionari, nel loro essere infermieri e insegnanti, nel loro essere meccanici e autisti, nel loro essere intermediari tra tribù rivali, nel loro “essere come sono” e basta. Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché hai la sensazione, e spesso l’evidenza, di vivere in un mondo parallelo raggiunto con un viaggio nello spazio, ma principalmente con un viaggio nel tempo. Com’è difficile tornare dall’Africa! Perché ti manca la tribù dei Gumuz, al confine col Sudan, che ti fa tornare indietro nel tempo di 3000 anni fa, perché loro, con ferro-fuoco-caccia, hanno tutto e dispensano sorrisi così grandi da coprire i loro dolori di stomaco, dovuti alla fame e alle malattie. Com’è difficile tornare dall’Africa! Per tutto ciò che ho visto e vissuto in Etiopia e’ proprio difficile tornare qui in Italia e dimenticare tutto e continuare a vivere senza avere la certezza che qualcosa di mio, fisico e spirituale, sia ancora rimasto lì in attesa di un mio ritorno.

La poetica di Jim Morrison (”Musica, musica, musica!” – 5°)

novembre 21, 2009 1 commento

dalla rubrica “Musica, musica, musica!” de “Il Taglio”

Jim Morrison

L’accostamento più semplice ed immediato che si può fare citando Jim Morrison è con la Musica. Ma non meno importante, anche se succede di rado, è l’accostamento con la Poesia.
Il nome “The Doors”, gruppo leggendario che vide Jim Morrison come frontman, si riferisce a quelle che il poeta William Blake vissuto tra il 1757 e il 1827 individuava come le “porte della percezione”. Blake scriveva: «If the doors of perception were cleansed, everything would appear to men as truly it is: infinite», ovvero « Se le porte della percezione fossero purificate, tutte le cose apparirebbero agli uomini come sono veramente: infinite».
Morrison è un grande estimatore della poetica di Blake e questo risulta evidente nei testi scritti e cantati negli anni di maggior successo con i Doors. Il giovane Jim, attratto anche dalla cultura beat e, nello specifico dal romanzo “Sulla strada” di Kerouac, come dalla poetica di Allen Ginsberg e come dal teatro greco di Euripide, riversa su carta e pentagrammi sensazioni derivanti da queste opere rimodernando il tutto e rendendole metricamente cantabili. Scrisse e pubblicò varie raccolte di poesie, tra cui una Tempesta Elettrica, pubblicata postuma.
In uno dei suoi versi più famosi scrive: «Verrà un giorno in cui tutte le guerre saranno stroncate dal dolce suono di una chitarra»; è un verso illuminante, forse utopico, ma che, a differenza di molti altri, fa brillare il mondo di una speranza in cui è giusto credere e noi, davvero poco cinicamente, ci crediamo.

Cos’è che ci divide, cos’è che ci unisce [Editoriale]

dal film "Metropolis" di Fritz LangEsiste una cappa di “modernità apparente” che copre e opprime qualsiasi scintilla di Rivoluzione che provenga dal basso. E’ una cappa di Consumismo senza controllo, una cappa mediatica, una cappa di povertà di valori, una cappa di freddezza umana che sembra indistruttibile.

Le persone sembrano senza controllo, sviate da false promesse, da desideri fittizi, da illusioni rigenerate ogni giorno, giorno per giorno; hanno mancanza di vita nel “presente” per ambire ad un futuro che non sarà mai come lo sognano. Passano, in modo così naturale, dall’essere dei timidi “oggetti teledipendenti” incastrati in pigri e dimessi salotti in pomeriggi in casa, a prossimi condottieri sognanti di una gloriosa Rivoluzione che non ci sarà mai. Pensano di avere la soluzione sottomano solo perché sventolano questa o quella bandiera di Partito, perché pronunciano questo o quel motto, perché si vestono di questi o di quegl’altri colori, senza capire che sono proprio i Partiti, realmente, la vera gabbia della società.

Le persone invocano rivoluzioni senza capire bene quello che stanno facendo, magari gridando “Difendiamo l’Ambiente!”, mentre – finestrino aperto e gomito fuori dall’auto – sgasano con il loro SUV, cilindrata 3000 a benzina, oppure pensando “Mai più razzismo!”, mentre cercano luoghi sicuri, al riparo degli stranieri, nella metropolitana.

dal film "Metropolis" di Fritz LangLa società civile non è più ascoltata, tantomeno considerata dai “piani alti” della Politica, questo è palese, come dire il contrario? Potremmo morire di fame, perdere il nostro lavoro, licenziare dipendenti e chiudere la nostra azienda, ammalarci e essere abbandonati, pagare anche ogni nostro sacrosanto diritto inalienabile, ma sembra essere tutto già deciso dall’alto e, forse, lo è. Tutto già deciso dalla Politica Suprema secondo regole ben lontane dal Bene Comune, ben lontane dal vero valore di democrazia, ben lontane dal concetto principe di “essere umano”, ben lontane dai Diritti Umani e dal loro rispetto.

Siamo sempre capaci di dire – e forse davvero dicendo il vero – che questa Politica non ci sta più bene, ma poi non facciamo altro che aderire ai Partiti, a idee e progetti partitici, a chiedere favori personali ai politici, a promettere il nostro sacro voto a un politico, a due, a tutti e a votare – di nascosto – l’unico che palesemente dicevamo che non avremmo mai votato. Gregge e pastori, pastori e gregge, corruzioni, bastone e carota e via dicendo.

Ecco, forse è pigrizia, forse è paura. Ciò che ci rimane sarebbe reagire, ma sperperiamo le nostre forze in centinaia, migliaia, milioni di iniziative “rivoluzionarie” tutte simili, e siamo pressoché soli in queste battaglie. Combattiamo ignorando che il nostro vicino di casa sta combattendo pressoché in solitaria la stessa nostra battaglia, ed è così che, invece di unire le nostre forze con lui, le annulliamo tra noi due, e il risultato è una completa stasi, perpetrata nei secoli dei secoli.

“Anziché cercare ciò che ci divide troviamo ciò che ci unisce” mi verrebbe da dire. Cerchiamo i punti di contatto, gli ideali comuni, sogniamo di più, cerchiamo le passioni, inseguiamo i progetti mossi da quegli stimoli interiori che ci fanno vibrare l’anima e che ci fanno venire la pelle d’oca solo al pensiero del raggiungimento di un buon risultato, renderemmo cento volte tanto; solo così possiamo ambire al miglioramento, solo così le cose cambierebbero.

Non sprechiamo le forze, non combattiamo le battaglie solo perché ci vengono chieste, solo per fare un favore a qualcuno o solo per manie di protagonismo. Dovremmo combattere semplicemente perché crediamo in quel che facciamo. Combattiamo le nostre battaglie per vincerle.

Guardiamoci in faccia, per una volta, siamo sinceri e onesti con noi stessi e con gli altri, parliamo un po’ meno di noi e ascoltiamo di più gli altri, incontriamoci di più nelle strade e nelle piazze, nei caffè, nelle spiagge e sui monti, parliamo anche di stupidaggini e di cose serie e non abbiamo paura di prendere una posizione chiara – non definitiva, ma chiara – non rispondiamo “ni” a tutto e tutti. Gridiamo un profondo e sincero “No” quando è necessario e facciamo lo stesso con il “Sì”, quando è necessario.

Meglio essere accettati o contestati per quello che siamo veramente che essere un nonnulla inconsiderato, un omino che non lascerà la benché minima traccia su questa Terra. Meglio essere noi stessi che ciò che gli altri vorrebbero che fossimo.

Migranti: un’altra verità (”Così stanno le cose” – 11°)

ottobre 20, 2009 1 commento

migrante e turisti

migrante e turisti

Spesso, quando si parla di migranti-clandestini, barconi, sbarchi etc., si perdono cinque sensi su cinque e si diventa pericolosamente miopi, sordi, muti, senza tatto né olfatto, come a non voler conoscere una verità scomoda. Ho sempre pensato che nessuno può essere davvero felice di lasciare il proprio paese, la propria famiglia, i propri affetti, le abitudini e i luoghi che l’hanno visto crescere: nessuno. Chi lo fa, lo fa per estrema necessità, una questione di vita o di morte.

L’estate appena passata è stata teatro triste di molte storie tragiche di migranti; tragedie in mare, crisi diplomatiche, scossoni politici in Italia. Ma cosa c’è davvero dietro? Da dove scappano i migranti e, soprattutto, da cosa scappano? Dato che le problematiche dei paesi che vedono la fuga di questi uomini e donne e bambini sono simili, prendiamone uno a caso: l’Eritrea.

Barcone scassato, partono in ottanta: cinque arrivano pressoché vivi e gli altri settantacinque sono dispersi, e poi morti. Andare incontro alla morte quasi certa ci fa capire che questi uomini sono davvero costretti a partire. Scappano da un inferno fatto di violazioni continue dei diritti umani, in regimi dove l’utopia del raggiungimento del “bene supremo” calpesta le loro vite. L’Eritrea e’ tra le dittature più repressive di tutta l’Africa. Il presidente attuale, eletto sotto i buoni auspici e che faceva sperare in un cambiamento, una volta al potere, si è rivelato uno spietato tiranno che vede nella guerra con Etiopia, Gibuti e Yemen e nella repressione di qualsiasi volontà popolare, dei semplici e “banali” impegni di governo. Il paese è ridotto alla fame, i negozi sono vuoti, il carburante scarseggia, reporter raccontano di gente che piange per strada.

Ora, con due piccole considerazioni, mi chiedo se non sia giusto scappare da un inferno così. Prima considerazione: dovremmo capire cosa davvero c’è oltre il nostro mediterraneo, da cosa si fugge. Seconda: sono quasi sempre i paesi occidentali, europei, che premono per mantenere nei paesi africani le dittature con le quali è più facile intrattenere rapporti commerciali di sfruttamento del territorio africano. Questi poveri uomini sono costretti a morire tra due muri di vigliaccheria. Da una parte li obblighiamo scappare dal loro paese, dall’altra li respingiamo a suon di leggi: per questo dico: “Riacquistiamo, per carità, i nostri cinque sensi!”.

Finalmente “con” l’Africa! (”Così stanno le cose” – 8°)

five

5

Solo 5! Chi ha avuto passione e tempo per seguire l’ultimo G8 riguardo gli aiuti monetari all’Africa e si fosse munito di una calcolatrice superscientifica, alla fine dei suoi conti, avrà visualizzato questo numero: 5.

Mi spiego meglio: i “potenti del mondo” del G8, seduti e comodi, parlano di milioni di dollari come noccioline e polemizzano su chi offre di più e chi di meno, come continui rialzi a poker o normali spese dal fruttivendolo. Poi, somme totali e divisioni, sottrazioni, moltiplicazioni e, alla fine dei conti, sono più o meno solo 5 (cinque) i dollari che arriveranno (se arriveranno) per ogni africano, secondo gli stanziamenti promessi. Si spengono i riflettori si accende la realtà.

Ma, anziché fare di queste cifre un vanto, i Governi dovrebbero cambiare la loro prospettiva di aiuto. Ammettere l’inconcludenza del passato fatta di azioni troppo politico-economiche e investire nel futuro in altro modo, con meno attenzione al proprio portafoglio.

Spesso si sentono frasi del genere: un aiuto “per” l’Africa, un grande progetto “per” l’Africa, finanziamenti disponibili “per” l’Africa. Questo continuo “per” mi fa pensare molto ad un padrone che, con la mano sulla coscienza, l’altra sulla tasca e con lacrime di coccodrillo, aiuta il suo schiavo, con finta pietà.

L’importanza del “con”. Dico che quello che deve essere fatto, sia fatto “con” l’Africa. L’Africa deve diventare – finalmente – partner di sviluppo. Infatti, è più che necessario creare partenariati veri e propri tra paesi ricchi e paesi poveri, come fossero gemellaggi, dove la finalità è lo sviluppo e non l’ulteriore arricchimento dei “soliti”. Prendere accordi politici con la Cina per un aiuto davvero unito e lungimirante. L’Africa non ha bisogno di “persone forti” (dittatori) ma di “istituzioni forti” con cui interloquire e programmare, intervenire e sviluppare. Solo così si avrebbero benefici “veri” e duraturi e non con 5 dollari procapite, non con un pozzo di petrolio in più, non con una miniera in più.

Lo ammetto: ahimè, sono proprio i Governi occidentali che pressano per mantenere i rapporti con l’Africa come quelli tristi e freddi tra padrone e schiavo, ma sapere come stanno le cose, sapere davvero cosa c’è dietro accordi e promesse, ci può dare una buona base di partenza per accettare quello che fanno o non fanno agli alti (forse troppo alti da sembrare irraggiungibili) livelli della politica internazionale.

Qual è la vera pandemia? (”Così stanno le cose” – 7°)

settembre 15, 2009 1 commento
I mass-media hanno la grande facoltà di spostare e puntare facilmente i riflettori su qualcosa o qualcuno in particolare, nascondendo a tutti molto altro. Sono luci che durano poco però, sempre pronte ad illuminare qualcosa di più “morbosamente interessante” in cui ci si butta a capofitto, senza pensarci poi più di tanto.
Ciò che arriva alle nostre orecchie tramite i mass-media, di solito, non è la notizia più importante; spesso, è solo la notizia-che-fa-più-notizia, e non è quasi mai quella più importante. Di solito, sono sempre notizie dettate da regole di mercato e marketing, per spingere un prodotto piuttosto che un altro, per spingere un’idea piuttosto che un’altra, per spingere le nostre menti verso qualcosa, piuttosto che verso qualcos’altro.
La parola “pandemia” è una parola seria che dovrebbe essere usata col contagocce e solo quando è davvero necessario usarla. Sono ormai decenni che, a scadenze precise, ci intimoriscono con le pandemie; una parola che ormai è sulla bocca di tutti. Io me ne ricordo almeno tre, negli ultimi anni, di queste “possibili” pandemie: la prima, negli anni ’80, fu la BSE (encefalite spongiforme bovina). Dopo i cinque anni d’incubazione sono stati solo 120 casi tra gli esseri umani. Poi è stato il momento dell’influenza aviaria, “volata” paurosamente verso di noi dalla provincia Guandong (Hong Kong). Sì, ci sono stati milioni di animali morti tra anatre, oche, uccelli marini, cigni, tacchini, polli; ma di esseri umani solo 257 persero la vita. Infine, è giunto il momento di gloria della Sars (Sindrome respiratoria acuta severa), tutti i riflettori sulla Sars! Ciak si gira! A tutt’oggi la Sars ha provocato la morte di 812 esseri umani. E cosa succederà, adesso, con la nuovissima influenza suina?
Con tutti il rispetto verso le persone che hanno perso la vita, mi permetto di spegnere per un attimo i riflettori su queste “pandemie” e di accenderli sull’Aids o su altre malattie meno “cool”, meno “alla moda”. Nessuno parla mai di “pandemia” quando si tratta di Aids, morbillo o malaria, perché? Eppure, solo in Italia, dal 1982 al 2004 l’Aids ha mietuto 33.000 morti; in Africa, attualmente sono 33,2 milioni gli ammalati con migliaia di morti ogni giorno. Il morbillo causa, ancora oggi, la morte di centinaia di persone ogni giorno, soprattutto tra i bambini. La malaria, infine, uccide ogni giorno 3.000 bambini, molti di questi sotto i cinque anni.
A riflettori spenti, mi chiedo: “Qual è la vera pandemia?”.

pandemia-pandemicI mass-media hanno la grande facoltà di spostare e puntare facilmente i riflettori su qualcosa o qualcuno in particolare, nascondendo a tutti molto altro. Sono luci che durano poco però, sempre pronte ad illuminare qualcosa di più “morbosamente interessante” in cui ci si butta a capofitto, senza pensarci poi più di tanto.

Ciò che arriva alle nostre orecchie tramite i mass-media, di solito, non è la notizia più importante; spesso, è solo la notizia-che-fa-più-notizia, e non è quasi mai quella più importante. Di solito, sono sempre notizie dettate da regole di mercato e marketing, per spingere un prodotto piuttosto che un altro, per spingere un’idea piuttosto che un’altra, per spingere le nostre menti verso qualcosa, piuttosto che verso qualcos’altro.

La parola “pandemia” è una parola seria che dovrebbe essere usata col contagocce e solo quando è davvero necessario usarla. Sono ormai decenni che, a scadenze precise, ci intimoriscono con le pandemie; una parola che ormai è sulla bocca di tutti. Io me ne ricordo almeno tre, negli ultimi anni, di queste “possibili” pandemie: la prima, negli anni ’80, fu la BSE (encefalite spongiforme bovina). Dopo i cinque anni d’incubazione sono stati solo 120 casi tra gli esseri umani. Poi è stato il momento dell’influenza aviaria, “volata” paurosamente verso di noi dalla provincia Guandong (Hong Kong). Sì, ci sono stati milioni di animali morti tra anatre, oche, uccelli marini, cigni, tacchini, polli; ma di esseri umani solo 257 persero la vita. Infine, è giunto il momento di gloria della Sars (Sindrome respiratoria acuta severa), tutti i riflettori sulla Sars! Ciak si gira! A tutt’oggi la Sars ha provocato la morte di 812 esseri umani. E cosa succederà, adesso, con la nuovissima influenza suina?

aids
Bambino malato di Aids

Con tutti il rispetto verso le persone che hanno perso la vita, mi permetto di spegnere per un attimo i riflettori su queste “pandemie” e di accenderli sull’Aids o su altre malattie meno “cool”, meno “alla moda”. Nessuno parla mai di “pandemia” quando si tratta di Aids, morbillo o malaria, perché? Eppure, solo in Italia, dal 1982 al 2004 l’Aids ha mietuto 33.000 morti; in Africa, attualmente sono 33,2 milioni gli ammalati con migliaia di morti ogni giorno. Il morbillo causa, ancora oggi, la morte di centinaia di persone ogni giorno, soprattutto tra i bambini. La malaria, infine, uccide ogni giorno 3.000 bambini, molti di questi sotto i cinque anni. A riflettori spenti, mi chiedo: “Qual è la vera pandemia?”.

Muscoli, muscoli, muscoli!

agosto 20, 2009 1 commento

nord del mondoDove non è utile arrivar di critica, si arrivi di logica.

È semplice. Se sei povero, resti povero. Se, ringraziando iddio, sei ricco, diventerai sempre più ricco. E’ semplice come logica, sì, ma di sicuro non è affatto giusto come pratica. È come se esistesse una forte linea di demarcazione che divide quello che sei da quello che (ahi!) non sarai mai. È come se guardassi chi non sarai mai, quello che non avrai mai, dall’altra parte di un muro alto-alto, condito da filo spinato e guardie in nera uniforme e che sparano-sparano, rendendolo invalicabile.

Dall’altra parte del muro c’è gente che ha tutto e un po’ la guardi con invidia, anche se non dovresti, mentre il fegato se ne va via, rosicchiato, mentre lo stomaco è già contratto per i crampi della fame. Questa linea di demarcazione divide il nostro bel mondo in due emisferi: quello Nord e quello Sud, cancellando ogni confine politico, tagliando in due fiumi, laghi, catene montuose e vulcani, deserti e città. Nessuno, e ripeto nessuno, ha potuto scegliere dove nascere. Nessuno ha potuto scegliere di nascere ricco o povero. Ognuno ha avuto le stesse identiche probabilità di nascere nel Nord come di nascere nel Sud del mondo.

A Nord ci sono i soldini, tanti e sempre di più, le cravatte di L. Vuitton, le belle case e le piscine chilometriche, le auto di lusso full-optional, gli ospedali e le medicine salvavita e per la depressione, la tecnologia sfrenata e inutile, le belle chiese o le moschee che fanno bella una religione, le grandi piazze, i giornali liberi, gli intellettuali e le donne emancipate e cosi via. A sud, non ci sono soldini, ma ci sono tentativi di sopravvivenza e fame. Nient’altro.

Tralasciando, in questo scritto, il vero significato di “ricchezza” – che, secondo me, di sicuro non è una questione di quantità di soldi, ma di tutt’altro tipo -, andiamo avanti. Un ricco potrà diventare più o meno ricco, questo è vero, ma mai sarà povero. Lo stesso discorso lo si fa per i poveri, in fatto di povertà. Un po’ meno povero, sì, ma mai e poi mai ricco. Questa linea di demarcazione creata e protetta da quello che viene chiamato principio del liberalismo che regola il commercio.

L’immagine chiara che abbiamo è di un Nord del mondo che è solidale, buono, padre di famiglia che cerca di aiutare tutti nel miglior modo possibile, che si intenerisce, che si siede – ingiacchettato e incravattato e profumato –  a grossi tavoli di negoziazione e che propone aiuti, sogni e obiettivi, che fa fotografie di gruppo con grossi sorrisi falsi e di circostanza. E se fosse solo in interessamento di circostanza? E se così nascondesse problemi di coscienza che, come catapulte, lanciano sensi di colpa dalla storia? E se non fosse vero tutto quello che si sa?

Il Nord del mondo ha i muscoli. Poco cuore, ma forti muscoli che si fanno sentire. Gli stessi muscoli che, cinquecento anni fa, hanno imposto ai paesi sudamericani di coltivare cotone e zucchero perché necessari ai mercati europei. Muscoli, muscoli, muscoli! Bicipiti in fiamme, allo spasimo! Lo sfruttamento dei paesi sudamericani a carico dei paesi europei è iniziato subito dopo la scoperta dell’America – dovremmo ringraziare Colombo o la regina di Spagna? – e va avanti tutt’ora, anche se il cotone si è magicamente trasformato in gas naturale e lo zucchero si è scurito e liquefatto a tal punto di diventare petrolio di ottima qualità.

Mi direste: perché mai, mezzo secolo fa, tanti muscoli, perché così tanta forza, perché mai tanta imposizione nelle colture per i paesi sudamericani, e poco o nulla ai danni dell’Africa? Chiaro, anzi chiarissimo! La risposta è in una parola che ripeterò per tre volte: schiavi, schiavi, schiavi! In America latina si sceglievano i campi migliori, le migliori produzioni agricole, in Africa, invece, si sceglievano i corpi migliori da mandare a morire, i più forti, i più prestanti: gli schiavi. Non qualche barchetta piena di schiavi, ma migliaia e migliaia di imbarcazioni su e giù dall’Africa all’America per circa trecento anni. Più di trenta milioni gli africani persi nella tratta o distrutti dalla fatica nei campi di cotone.

Dimmi, allora, capisci il nesso che c’è tra la tratta degli schiavi e il declino dell’Africa? Perché storicamente il declino dell’Africa inizia con l’avvio della tratta. Infatti, come avrebbe potuto un continente continuare ad esistere nella dignità, svilupparsi in modo autosufficiente, senza i pezzi migliori, senza le persone più fisicamente forti ai tempi in cui tutti i lavori erano basati sulla forza fisica? Prova a correre in macchina senza i pistoni, oppure prova ad andare in carrozza senza i cavalli, oppure prova a volare senza ali: tu ci riesci? Io, personalmente, no.

Certi ambienti cominciano a ‘tremare’: la Libertà del Dire

giugno 30, 2009 3 commenti

megafono_apertura_aCerti ambienti, che spesso si trovano in grandi stanze affrescate, in enormi palazzi case-della-politica, dove si prendono decisioni importanti per il Paese, cominciano a tremare. Per anni, per non dire decenni, in questi ambienti si è sempre deciso cosa fosse bene e cosa fosse male. Come se, le persone che li abitano, spesso grassi e con il fondoschiena che non entra più nelle poltrone di velluto, avessero davvero un’infallibilità divina, come se fossero degli Dei scesi in Terra per dare direttive ad una razza umana a loro inferiore  (il Popolo) che deve, per obbligo, camminare a testa china e che non si deve azzardare a parlare, pena l’emarginazione sociale (Forza, predentelo! Quello è un Comunista, quello è un Fascista, quello è un omosessuale, quello è un figlio di Allah, quello è un disoccupato, quello non è altro che uno snob, quello ha la pelle troppo chiara, quell’altro ha la pelle troppo scura, quello viene qui con un barcone superaffollato, quello porta i soldi in Svizzera, quello è incorruttibile-lascialo-stare, quella è una-brava-persona, quello è onesto, quello ha troppa dignità, etc.).

In certi ambienti, le persone si alzano in piedi, impongono in alto il loro indice e dicono: “Questo si può fare, questo no! Questo si può dire, questo no! Così ti puoi vestire, così, no! Così ti puoi muovere, così no! Tu stai bene, tu no! Tu mi piaci, tu, invece, no!”. Poi si risiedono, soddisfatti e gonfi-tronfi, pensando che così abbiano fatto il loro dovere, dovere-potere. Potere.

Se mettessimo in discussione per un attimo, ed è lecito farlo, l’infallibilità di certi ambienti, daremmo il vero valore alla libertà di espressione, come necessità per ogni società democratica. Infatti, se pensassimo per assurdo, che società sarebbe se certi ambienti ascoltassero davvero i suggerimenti dal basso? (scusate se uso ‘dal basso’ ma è solo per distinguere il Popolo dalla Politica, sigh!). Che società sarebbe se la Politica, invece che mirare ad un certo conformismo di pensiero, accettasse opinioni contrastanti e, da queste, modificasse le proprie idee, migliorandole? Che società sarebbe se la Politica fosse davvero umile?

sovranoNei secoli passati il Re, il Monarca, il Sire, il principe sovrano, chiamatelo un po’ come vi pare, aveva il Diritto Divino, in base al quale aveva nella mani il Potere secondo la volontà di Dio, direttamente da Dio, cioè era stato Dio direttamente a darglielo (ma ci pensate che onore?), come se fosse unto dal Signore (!). Infatti, come simbolo di questa dottrina, ricordiamo, magari in qualche film o in qualche rappresentazione teatrale, come l’arcivescovo di Canterbury consacrava con l’olio santo e incoronava il monarca britannico ordinando alla monarchia. Di conseguenza, se il Popolo, se il Parlamento o se l’Aristocrazia fosse andata contro i suoi voleri, sarebbe stato come andare contro la volontà di Dio. Ecco, per fortuna si sta parlando del Medioevo, la società moderna ne ha fatti di progressi, ne ha fatti eccome! Ora nessuno si sogna di dire di essere un Re, di governare il suo Regno, tantomeno di essere ‘unto da Signore’ (!), sarebbe una cosa su cui ridere, sarebbe così lontana nel tempo che, a parte la comicità, la gag, non avrebbe nulla di serio. Perché la Politica è una cosa importante, è una cosa seria, davvero indispensabile in un paese democratico.

Ma torniamo a monte. Perché certi ambienti cominciano a tremare? Prima tutte le informazioni che circolavano in un Paese passavano in canali ben stabiliti. Bastava controllare quelli per far si che qualsiasi pensiero, qualsiasi opinione, passasse sotto il torchio e venisse conformata, che acquistasse le sembianze di qualcosa che andava bene per tutti e specialmente per il Potere. E che, se il messaggio avesse detto qualcosa contro il Potere, lo avrebbe dovuto dire in modo giusto e conformato, così da giustificare e evidenziare che non esiste un assolutismo perché si possono dire anche cose contro. Il conformismo è uno dei cancri maggiori della società. Capisco che l’animale fuori dal branco si senta solo, che stare insieme ad altri suoi simili dia tanta sicurezza, ma la storia, il rinnovamento, si fa quando il lupo, l’orso, la gazzella, il bisonte, il cane, lo gnu, il delfino tursiope, la capra domestica, il procione, la volpe rossa, la giraffa, il gorilla e, infine, l’uomo escono fuori dal mucchio, dal branco, abbandonano il conformismo, e segnano nuove strade, nuovi sentieri, nuovi modi di intendere l’esistenza, a costo di prendere una via sbagliata e morire di fame, ma lo fanno.

web_advertisingIl controllo delle informazioni, dei messaggi, per certi ambienti adesso comincia ad essere più difficile, per questo motivo, certi ambienti, tremano. Per loro, adesso, è necessario controllare, oltre che i cavi del telefono, i giornali e i programmi TV, anche le linee dei cellulari, i blog, i bloggers, le community, le chat. Ogni giorno i modi per comunicare diventano maggiori, per fortuna, sono voci sempre nuove. Credo che la libertà di espressione si giochi proprio qui, sul sottile filo che divide la vera libertà di espressione, quella che abbiamo ancora, dal controllo che il Potere fa in modo sempre più preciso sulle nuove tecnologie di comunicazione. Cioè sulla libertà che sembra ci concedano, ma solo per controllare e supervisionare quello che diciamo, come lo diciamo e perché lo diciamo.

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