Ecuador: diritti umani calpestati, morte tra i nativi in Amazzonia


indigeni amazzoniaQuando lo scorso aprile mi trovavo in Ecuador, mi sono molto appassionato alle vicende interne di questo paese, sia politiche che non. Il mese di aprile è stato, per il paese sudamericano, periodo di votazioni per il rinnovo del Presidente della Repubblica. Ho appena scritto sul monitor la parola “Repubblica” e, rileggendola, mi è venuto da sorridere. Perché? Perché la sensazione che ho avuto, e quella che mi dava la gente del posto, non era di certo quella di stare in una Repubblica, per come la si intende in Italia, o in paesi cosiddetti “occidentali”. Per i modi di fare che aveva il Presidente quando presiedeva in TV, quella sua boria, quel suo “non ascoltare niente e nessuno”, quel suo prendere decisioni seduta stante, non mi davano affidamento. Come non lo davano a me, non lo davano a molti altri. E anche perché era facile vedere in TV, a tutte le ore, sondaggi in cui il presidente uscente e ricandidato, ovvero Rafael Correa, veniva quotato con alte percentuali di preferenze. Alla vigilia del voto i sondaggisti prevedono “una vittoria molto probabile già al primo turno”, senza necessità di ricorrere al ballottaggio. Infatti, Correa, guardando proiezioni di voto, aveva più di trenta punti – sì, sì, ho detto trenta punti – di vantaggio sui due contendenti più “forti”, tra i sette presenti: ovvero, l’ex presidente Lucio Gutierrez e il magnate bananero Alvaro Noboa. 

Correa non godeva di una buona fama, e forse la gente lo votava solo per paura, timore di ripercussioni o cose del genere. I suoi avversari politici, stando anche diverse prove inconfutabili, hanno anche accusato lui e il suo nuovo governo di continuare a lasciare il paese letteralmente «crepare di fame» e di essersi alleato con i «terroristi» delle Farc colombiane, ovvero l’organizzazione paramilitare autofinanziata con il traffico illegale di narcotici che, per intenderci, tiene in ostaggio nella giungla moltissimi prigionieri politici. Tra questi, chi ricordiamo meglio, perché la questione della sua liberazione smosse direttamente il presidente francese Sarkozy, rapita e liberata dopo anni, è Ingrid Betancourt. Correa, adesso, è stato rieletto e, ora, governa per il secondo mandato.

 “Questa è la nostra Repubblica…”, mi disse sconsolato un indigeno dell’Amazzonia che si trovava nella capitale per motivi familiari, e che incontrai in Plaza de la Independencia a Quito. Aveva tempo da dedicarmi, l’autobus che lo avrebbe riportato a casa sarebbe passato non prima di 6 ore. Con l’aiuto di una mia amica che sapeva lo spagnolo meglio di me, lo intervistai. Mi raccontò diverse cose a riguardo la loro condizione di indigeni, alla mancanza di tutela dei diritti umani. Da quel giorno mi interessai molto di più a quel problema, mentre la televisione continuava a mandare sondaggi sul Presidente Correa sempre più saldo al Potere. Ero a conoscenza anche prima di arrivare in Ecuador di quel problema, ma starci dentro è un’altra cosa. Ascoltare testimonianze dirette, è un’altra cosa. Vedere il corpo martoriato di questo indigeno, è un’altra cosa. Alla fine dell’intervista ci siamo salutati ed è salito sull’autobus.

In Ecuador ci sono cinque organizzazioni locali che si battono a difesa dei diritti umani. Tutte e cinque, in questi giorni, chiedono al Governo di fare luce su abusi della polizia contro le popolazioni indigene della regione amazzonica, in concomitanza con gli scontri avvenuti la settimana scorsa lungo la strada che collega le cittadine di Tarapoto e di Yurimaguas. Secondo fonti governative sono stati 24 gli agenti uccisi e 9 i civili. Testimonianze dirette, invece, dicono tutt’altro. Ovvero decine e decine di morti tra i nativi, uccisi solo perché, per protesta, occupavano la strada, e perché contrari allo sfruttamento delle risorse naturali dei loro territori. La polizia, per non avere ulteriori problemi, avrebbe anche occultato i cadaveri gettandoli nel fiume. Il clima, ovviamente, resta tesissimo tuttora, e si teme il rischio di nuove violenze. Persone del posto mi mandavo continui aggiornamenti dalla zona, ma si teme che la situazione di emergenza continua diventi assurda normalità.

Nella prima parte di questo articolo scrivevo del predominio di Correa. Un presidente “forte”, forse troppo forte. Forse è un presidente corruttibile da grosse multinazionali? Nella seconda parte scrivevo degli indigeni amazzonici sempre più relegati, con i loro territori sempre più mangiucchiati dalle ruspe, forse per dare spazio alle produzioni delle multinazionali? Riesco a vedere un nesso, forse è un nesso che non ha nulla di nuovo. È un nesso che spesso si ritrova quando in un paese ci sono poteri troppo forti che possono solo opprimere quelli meno forti o deboli. Perché questa è l’unica cosa che sa fare bene un potere forte, ovvero, opprimere tutto e tutti.

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